Sul più alto del castello si aggiravano, senza posa, tre uomini che sembravano l’anima della difesa, la cui vigilanza non pareva potersi mai cogliere in fallo.
Erano Ascanio della Corgna, Andrea d’Arezzo ed il Cavalier Nero. Qualcun di loro trovavasi sempre dove minacciava il pericolo, pronto ogni volta e suggerire spedienti e a prestare direttamente l’opera propria, per mettervi un riparo.
Sino a che aveva durato il bombardamento, il Cavalier Nero, facendo prevalere una sua particolare veduta, erasi sempre opposto a che gli uomini del castello cercassero — nascosti dietro i merli — di cogliere al bersaglio qualcuno degli assedianti coi colpi de’ loro moschetti. A suo vedere, sarebbe stato uno inutile spreco di altrettanta munizione, di cui non c’era troppa dovizie, e che dovrebbesi poi rimpiangere, al momento dell’assalto, il quale non poteva nè causarsi, nè venire indugiato, per la morte di alcuni bombardieri caduti sotto que’ colpi. Inoltre aveva consigliato di raccogliere accuratamente tutte le sugne, i grassami, ed ogni maniera di sostanze oleose che si trovassero nel castello e di porle a liquefare entro i caldaioni della cucina e della cura, mischiandovi certa quantità di cenere e di pece, per formarne un ranno infiammabile e spellante. Infine, tutto allo ingiro della sommità delle mura, ordinò si disponessero quanti più sassi e scaglie di pietre e grossi macigni si poterono rinvenire ne’ cortili e nelle dipendenze del castello ed anco ritrarre dalla demolizione di alcuni interni suoi fabricati.
Così, quando i pontifici al rompere dell’alba del 27 maggio — ardirono avvicinarsi a quelle mura, e situatevi contro le loro scale, montarvi su resoluti per tentarne il primo assalto; una pioggia di olio bollente mista a grandinata di ciottoli ed a fuoco continuo di moschetteria, si rovesciò loro sul capo e li costrinse a dare indietro e refugiarsi ne’ loro trinceramenti.
E altrettanto accadde del secondo assalto, altrettanto del terzo, altrettanto del quarto.
Pierluigi — come direbbe un francese — se ne rodeva le mani sino a’ gomiti tant’era il dispetto che quella eroica resistenza gli metteva nel core. Non c’era supplizio a bastanza crudele, non morte a bastanza tormentosa, che, nel feroce animo suo egli non si proponesse d’infliggere a que’ strenui campioni di una causa santa, una volta fossero caduti in sua balìa. E siccome — malgrado i loro sforzi disperati — tornava indubitabile che, a simile estremità, ci sarebbero dovuti venire; egli già pregustava, e quasi diremmo voluttuosamente, l’atroce piacere delle sanguinose rappresaglie cui li avrebbe assoggettati viventi e fors’anco cadaveri.
In quell’uomo c’era assai della tigre.
Ad onta, infatti, della loro pertinace resistenza, i difensori di Castel Torsciano trovavansi ridotti allo stremo. Per respingere — come lo avevan fatto con tanto buon esito — il quadruplice assalto de’ papalini, era stato loro d’uopo lanciare sino all’ultima pietra versare sino all’ultima goccia del liquido ardente, bruciare fino all’ultimo loro granello di polvere. Non avevano più mezzi offensivi. Solo potevano prepararsi a vender cara la vita in una lotta disperata corpo a corpo, combattendo con le picche, le spade, i pugnali, con le mani, coi denti. Ma anche a ciò si opponeva un altro guaio: prima ancora delle munizioni da guerra, s’erano esaurite quelle da bocca, cosicchè correvano già tre giorni che i disgraziati non avevano toccato cibo. Ne’ primi giorni di carestia, avevano sopperito alla mancanza assoluta di vettovaglie, sgozzando e squartando i tre cavalli dei capitani e spartendosene tra loro le carni coriacee; poscia erano ricorsi ai gatti, ai sorci, persino al cane del castaldo; finalmente avevano fatto bollire i cuoiami delle selle, le suole de’ scarponi, le cinghie delle armature; ma, da tre giorni, non rimaneva loro più nulla e ne contavano già due, durante i quali non avevano potuto smettere un momento dalle aspre fatiche della difesa.
Scorse tutta la giornata del 29 senza che i pontifici ritornassero all’attacco.
Da un canto, i più di essi stavano occupati nella triste bisogna di sotterrare i loro morti, ch’erano assai; dall’altro, un proposito infernale era surto, frattanto, nel cervello di Pierluigi, per cui altri correvano i dintorni, onde procacciare i mezzi di mandarlo ad effetto. Tali mezzi consistevano in grossa copia di rami secchi, che costoro andavano raccogliendo per le siepi e le boscaglie e di cui formavano fascine; il proposito era quello di circuire con queste fascine il castello e di appiccarvi il fuoco, per costringerne la guarnigione a darsi vinta, o bruciarvela dentro.