Brancaccio — quel medesimo sbirro che l’aveva strappata di sella — dètte col palmo della mano un forte sculaccione alla di lei giumenta, che, galoppando, riprese lo interrotto cammino. Per tal modo, quand’anco Bartolomeo ed i suoi — non iscorgendo più la loro giovine parente — si fossero, alla loro volta, arrestati e decisi, per avventura, di retrocedere; quel galoppo doveva rinfrancarli e tenerli ancora per alcuni momenti in sospeso.
Poscia Brancaccio, co’ suoi tre degni associati, si slanciò di trotto serrato su le orme di Tre-Grazie.
Il ratto era compiuto.
Capitolo XXXI. Un’altra Clorinda.
Ma — come lo abbiamo già detto — non sempre, quando il diavolo fa le pentole, sa pur farne i coperchi.
I cavalieri procedenti da Perugia ed il cui scalpitare aveva già tanto sorpreso ed allarmato Tre-Grazie, s’erano, nel frattempo, di molto avvicinati e tanto più presto dovevano trovarsi di fronte a’ rapitori di Bianca, inquantochè questi trottassero a briglia sciolta verso di loro.
Non tardarono, infatti, a giungere in vista gli uni degli altri.
I cavalieri non erano che tre; ma erano appunto: quel giovane, pallido e melanconico capolancia, che, nella bettola presso l’Arco di Augusto, vedemmo prestare ascolto al colloquio di Tre-Grazie con Brancaccio; il gioviale suo collega, che lo aveva indotto a mettere il piede, per la prima volta, in quel lurido luogo, ed un altro loro commilitone.
Il giovine, che faceva parte dello esercito baglionesco, sino dacchè messer Ridolfo ne avea formato il primo nucleo, partendosi da Firenze pel Pontassieve e la Incisa, si era sempre distinto per un odio acerrimo, tutto suo personale, contro il duca di Castro.
Il suo ingaggio in quello esercito erasi compiuto in istraordinaria maniera.