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TERREMOTO

PARTE PRIMA. CAMIA E NICELLI

Capitolo I. L’arrivo del Papa.

Chi, sul finir d’aprile dell’anno di grazia 1538, nel pomeriggio del sabato precedente la domenica delle Palme, si fosse trovato fra le mura allora nuovamente instaurate della buona città di Parma, non avrebbe mancato di meravigliarsi dello insolito moto e della ressa tumultuosa che ne animava le vie.

Un’onda fitta — in cui uomini e donne, giovani e vecchi, laici e religiosi, cavalieri e pedoni, nobili e plebei, andavano necessariamente confusi — scaturendo, a mo’ di fiumana, dalla piazza maggiore e gonfiandosi vievia de’ confluenti che le tributavano le varie strade sboccanti in quella di San Michele; procedeva ansiosa, per questa verso la porta del medesimo nome, che aprivasi allora, come adesso, nel lato orientale della città.

A differenza delle folle de’ nostri giorni che — per la modestia e la uniformità del vestire — sembrano reggimenti di truppa o migrazioni di formiche; quelle de’ tempi andati offrivano le più gradevoli varietà e di tinte e di fogge: pannolani e sciamiti da’ smaglianti colori, bianchi zendadi, lucidi elmetti, piume svolazzanti, gonfaloni effigiati in testa alle associazioni artegiane e fratesche, pertugiane, archibugi, picche, bandierole, zagaglie; tutto un assieme variopinto e screziato da disgradarne la giubba, onde dovette camuffarsi quell’Angelo Beolco da Padova, che inventò la maschera dello Arlecchino.

Dal palazzo della Corte di Giustizia che guardava la piazza, sino alle mura terminanti la strada percorsa dalla moltitudine, tutte le case vedevansi pavesate a festa, e le chiese, ch’erano sette, adorne al di fuori di ricchi arazzi storiati, splendidamente illuminate di dentro, con le reliquie e gli argenti in mostra su le porte laterali, custoditi da scaccini e ramarri, e su la porta maggiore il proposto, i sacerdoti e i chierici in grande pontificato.