Tutte le campane della città suonavano a festa.

Era, senza dubio, uno insueto e solenne avvenimento, che traeva a subbuglio tutta quella popolazione, ed anco di natura gradevole, se si doveva giudicarne dal gaio insieme e premuroso affollarsi dei più. — E tale era infatti poichè si trattasse nient’altro che dello arrivo di Sua Beatitudine papa Paolo III, il quale — partito di Roma il 23 marzo — doveva transitare per Parma, d’onde, per Piacenza, portarsi a Nizza, chiamatovi dal vivo desiderio di comporre a pace que’ due grandi lottatori del secolo, che avevan nome Francesco I re di Francia, e Carlo V di Spagna, imperator di Lamagna e re dei romani.

Di un tanto arrivo Parma si allietava a due titoli: e per salutare il rappresentante di quella potestà, a cui — da poc’oltre un decennio — l’aveva ridata, insieme a Piacenza, la cessione fattane da Francesco II Sforza, duca di Milano, a papa Leone X; e per rivedere nel nuovo pontefice, eletto quattro anni innanzi, quello istesso cardinale Alessandro Farnese, ch’era già stato suo vescovo.

A degnamente riceverlo, sin dal primo luglio dello istesso mese, il Consiglio degli Anziani aveva fermato il partito di «poter trovare e spendere una somma di scudi cinquecento».

Però venivano in testa alla folla che sempre più si accalcava lungo la via principale, primo di tutti, il Magnifico messer Tarusi da Montepulciano vicelegato apostolico, in luogo del cardinale Gianmaria Del Monte, vescovo di Siponto, che un amorazzo con un’accattona del Valnurese teneva inchiodato a Piacenza; poi il podestà Gabriello Boccabarile, dottore in ambo le leggi; poi gli oratori eletti dalla comunità per baciare i piedi e prestare omaggio al Santo Padre in nome del popolo parmense, ch’erano i dottori Federico Del-Prato, Nicola Lalatta e Gianmarco Colla, i nobili Gerolamo Tagliaferri, Agostino Carissimi e Marcello Cautelli, il cavalier Francesco Baiardi ed il merciaiuolo Marco Garsi; e dietro: un codazzo di signori feudali, il collegio de’ dottori, i bacellieri dello studio, gli anziani del Comune e delle arti, il Capitan di Giustizia, i birri della Corte e gli uomini d’arme del patriziato.

Al popolo minuto, al servidorame, a’ villici convenuti dal contado in città, per assistere al festoso momento, mescevansi soldati di ventura, mercatanti ed artisti, fra i quali notavansi due personaggi, su cui ci è mestieri richiamare particolarmente l’attenzione de’ nostri lettori.

Era l’uno di essi un giovine poco più che quadrilustre, alto, pallido in viso, dagli occhi pensosi e melanconici, bruni come le chiome inanellate ed i leggeri mustacchi che gli ombravano il labro, dall’ampia fronte, il naso sottile, il portamento marziale. Una corazza di buffalo, che portava al disopra di un giustacuore di rascia a maniche sparate con sbuffi di tela rensa; una lunga spada a guaina di ferro e il pugnaletto che gli pendevano dalla cintola; un piccolo casco pure di cuoio a costoloni di acciaio e i grandi calzari che gli salivano su su fino quasi al ginocchio a mo’ di schinieri, dicevano chiaro come egli appartenesse al mestiere dell’arme. — Dal fare, a un tempo apatico e curioso, lo si sarebbe detto forestiere e nuovo giunto, e tanto più poteva tenerlo per tale chi ne avesse udito le dimande che — tratto tratto — volgeva a’ passanti sul nome delle strade, delle chiese, de’ palagi, delle persone.

L’altro era un gramo omiciatto su la quarantina, basso di statura, adusto, angoloso, giallastro, dagli occhi porcini, la fronte ed il mento scappanti, il naso a tromba e la bocca tutt’amore per entrambe le orecchie. — Vestiva giubbetto e brache d’un rozzo burello color di cenere e calze nere sbiadate e sdrucite. — Egli pure — a udirlo parlare — denotavasi forestiero, ma, non che a Parma, all’Italia. — Veniva infatti, di Germania e, precisamente, da Leuthen di Slesia, sua patria, donde — così almanco si mormorava — lo aveano costretto a fuggire non sappiamo quali imputazioni di ladroneggi e di broglio, e fra noi si andava accreditando quale antiquario e raccoglitore di medaglie e cimeli. — Ciò che veramente fosse ce lo dirà il seguito: ci basti, per ora, lo averne stretto la personale conoscenza e sapere ch’e’ rispondeva al nome di Pellegrino.

Poco più oltre la chiesa del Santo Sepolcro egli ed il giovane soldato vennero a trovarsi l’uno al fianco dell’altro e giusto nel punto in cui li costringeva ad arrestarsi il regurgito della calca, che indietreggiava e retrocedeva al sopraggiungere del pontefice entrato allora col suo seguito in città.

Due paggi a cavallo, in farsettino cremisi trapunto de’ bei gigli d’oro di casa Farnese, aprivano il corteo, in capo del quale inoltravasi Paolo III, montato s’una bianca giumenta — simbolo di quel tributo di vassallaggio che il reame di Napoli doveva annualmente alla Santa Sede Apostolica — e seguito da un nugolo di principi, cardinali, abati, gente d’armi e staffieri.