Le sbarre erano tuttora a bastanza robuste e suggellate sodo nella grossezza del muro; ma la forza di trazione del colosso era, d’altro canto, sì prepotente che non poterono resistervi a lungo, e finirono per piegarsi nel mezzo ed uscire dai fori, cui erano assecurate le loro estremità.
Bianca seguiva i progressi di quella nuova fatica d’Ercole, con l’ansia febrile del naufrago che, esausto di forze, tenta le ultime bracciate a nuoto, per raggiungere la tavola salvatrice.
Finalmente la inferriata si staccò completamente dal muro e Terremoto cadde con essa rovescione sul terreno. L’erba — per buona ventura — attutì il rumore della caduta.
A pena si fu egli rialzato, che Bianca — arrampicatasi nel frattempo sul davanzale della finestra — era già fra le sue braccia.
In quel medesimo punto, Pierluigi Farnese — licenziati i suoi due capitani — penetrava risolutamente nella stanzetta.
Trovandola diserta, mise un grido di stupore; ma, scorgendo in pari tempo la finestra priva della sua ferriata, non durò fatica a indovinare, almeno approssimativamente, cosa potess’essere accaduto. Alla sua volta, si avvicinò, quindi, a quella finestra e guardò fuori per la campagna. A un venti passi, nulla più, scorse, infatti, la fanciulla portata via fra le braccia del suo gigantesco salvatore.
E allora non potè trattenersi dallo erompere in un grido di rabbia.
— All’armi!... ferma!... ferma! — si dette ad urlare.
A simili grida di una voce ben nota, in un batter di ciglia, l’intero campo pontificio fu levato a rumore: capitani, soldati, saccardi, tutti uscirono dalle case, dalle tende, in cui ricovravano; i dormienti, svegliati di soprassalto, s’affrettarono a sorgere in piedi, a balzare alle armi: era una confusione, uno scompiglio generale; pareva fosse imminente qualche terribile conflitto ed, invece, non si trattava che d’inseguire un fuggiasco, il quale, frattanto, correva via traverso i campi, col suo leggero carico tra le braccia e con tutta la maggiore velocità delle sterminate sue gambe.