E ripresero l’interrotto cammino a quella volta.

Più si avvicinavano e più evidente appariva come Terremoto non avesse preso un granchio. La linea luminosa era un sottil filo di luce trasparente dalla fessura di una imposta di finestra mal chiusa; la negra ed informe massa, una casa!

Quando le furono anche più presso, un fascio di strame ed una tavoletta di legno probabilmente pitturata, che penzolavano, ludibrio de’ venti, da un grosso ferro infitto al sommo della sua porta d’ingresso, li fece inoltre accorti come quella casa dovess’essere un’osteria.

Se sgombra di nemici e scevra di rischi, non poteva loro capitare di meglio.

Al fine di sincerarsene, Terremoto — fatta soffermare la fanciulla — le si appressò maggiormente studiando il passo, per attutire il proprio calpestio, ed arrampicatosi su lo sprone della muraglia, pose l’occhio alla finestra, da cui scappava la luce.

L’ambiente, che gli si parò dinanzi, era una vasta stamberga a volto depresso; in un canto della quale, su di un gran letto coperto di celone a quadretti, dormivano una giovine donna ed una bambinetta; mentre un uomo, col tradizionale berretto bianco in capo e il grembiale ravvoltolato intorno alla cintola, tenevasi seduto presso un piccolo tavolo, su cui al chiarore di una lampanuccia d’ottone noverava ad una ad una molte monete. Era, senza fallo, l’ostiero che istituiva il computo degli incassi e profitti della giornata, i quali — a giudicarne dal gruzzolo — dovevano essere stati più che mediocri.

La faccia dell’oste — uomo ancor giovane e ben portante — esprimeva un dolcissimo compiacimento senza pur l’ombra di cupidigia. Dagli sguardi amorevoli, ch’egli alternava tra le monete e le due dormienti, chiaro traluceva, come la gioia che gli davano quelle non fosse che in ragione del suo grande amore per queste. Era una faccia che se fosse stata un frontespizio, avrebbe invogliato a leggere il libro, libro che poteva essere poco interessante e fors’anco sciapito, ma buono, sano, onesto, di certo.

E Terremoto se ne invogliò di guisa, che — senza attender altro — picchiò cautamente con la nocca della mano sul legno della imposta socchiusa.

L’oste drizzò le orecchie a mo’ di giovine puledro, si guatò intorno come trasognato e si affrettò a celarsi in tasca i quattrini.

— Fossero ladri? — pensò.