— La vostra signora?
— Eh, sie, maestro: una giovine dama, bella come un angiolo del Gesù benedetto, buona come la Madonna Santissima e sventurata come una martire!
— Sventurata? — interloquì la moglie dell’oste, ponendosi a sedere sul letto e ricominciando a vestirsi.
— Tanto! — le rispose Terremoto — tutti i suoi sono scappati di Perugia, dov’ella era; non ha più nessuno al mondo che la protegga, non parenti, nè amici, fuori di questo povero straccio di servo!
— E falla subito salire, Luca — riprese la donna, con uno slancio di affettuoso interessamento.
— Solo — aggiunse il marito, deponendo l’arma ed apparecchiandosi a scendere per schiavistellare la porta — noi non avremo modo ad albergarla, come si addirebbe a persona della sua sorta.
— Eh, mastro Luca — sospirò il colosso, scivolando a sua volta giù dallo sperone del muro — la sventura e il bisogno non sono schifiltosi di troppo.... apriteci e non pensate ad altro!
Mastro Luca non si fece ripetere l’invito e Bianca e Terremoto entrarono nell’osteria.
Intanto l’ostessa s’era tolta di letto ed aveva fatto levare la Geppetta, nel contempo che mastro Luca chiamava a sè il Cennamella.
I garzoni — con la sonnacchiosa malavoglia di chi è strappato bruscamente ai dolci amplessi di Morfeo — prestaron mano a’ loro principali per approntare alla meglio una frugalissima cena di ova, cacio montanino e prosciutto affumicato, che i nostri due profughi — auspice un appetito da suonatori — divorarono a quattro palmenti. Poi l’ostessa acceso un lumicino alla lampana — introdusse Bianca nella stanzuccia che doveva servirle di dormentorio e mastro Luca fece altrettanto con Terremoto.