Mentre quella entrava in un modesto ambiente del piano superiore, a cui si perveniva per una scala di legno suggellata al muro co’ suoi due capi, il gigante dovette accontentarsi di una specie di bugigatto, che aprivasi appunto tra quell’ambiente e la camera da letto degli osti, a metà e al disotto della scala di legno.
Pochi momenti dopo, tutto in quella casa era rientrato nella quiete e nel silenzio di prima.
Mancava forse non molto al primo rompere dell’alba, quando Terremoto, che — stanco qual’era — aveva ceduto allo imperio di un sonno profondo; venne repentinamente ridesto da un alto e confuso alternìo di voci, che saliva dal piano sottostante.
Tese l’orecchio e gli giunsero distinte le seguenti parole, pronunziate con fare aspro e brutale:
— Un villanzone alto, sterminato, una specie di servitor di Vulcano, ed una giovinetta?... son loro.... son loro.... indicaci subito dove li hai intanati!
Susseguì un silenzio.
L’oste, cui erano dirette quelle intimazioni, esitava indubiamente a rispondere.
Terremoto comprese tosto il pericolo. Erano persone giunte nell’osteria, mentre egli dormiva, che cercavano di lui e della sua signorina. Non potevano essere altri che gli uomini spiccati su le loro tracce da Pierluigi Farnese.
E mal non si apponeva.
Erano, infatti, il Trentacoste ed il Bombaglino, coi loro dodici seguaci, che — dopo aver battuto inutilmente la strada sino al confine toscano — ritornavano scornati ed avviliti, a render conto dello scacco subìto al loro eccelso signore.