La vista dell’osteria aveva attratto pertanto la loro attenzione, non già nella fiducia di trovarci cosa che potesse lenire il loro dispetto; ma per ridarsi un po’ di lena con qualche fiasco di vino.
Il resto s’intende.
Udito parlare dall’oste degli altri due e soli suoi ospiti, Trentacoste gli addimandò chi fossero e, alla risposta ch’erano una giovine signora ed un colossale suo servo, non ebbe d’uopo di chieder altro per andar certo di esser stato servito da messere il caso assai meglio che non da’ propri occhi e dalla propria furberia.
A tale certezza, un concerto di grida gioiose scoppiò fra quella bulima di scherani e fu quello appunto che trasse di soprassalto Terremoto dal sonno.
L’imminenza del pericolo acuì, come soventi accade, la grossa perspicacia del gigante o, per lo meno, lo ammonì della necessità di non indugiare un solo istante le difese, se voleva tentar modo di sottrarre sè e Bianca ad una irreparabile perdita.
Si levò, quindi, in piedi, tenendosi ritto su la persona quanto meglio gliel consentiva il depresso solaio dello stambugio che gli aveva servito di cubicolo; poscia — formatosi in testa un suo particolare progetto — abbrancò dei due montanti la scala di legno, che, dal piano sottoposto, ascendeva alla stanzetta della sua giovine signora, e si dètte a tirarli a sè violentemente con tutta la forza delle nerborute sue braccia. La scala, vecchia, tarlata, sconnessa in più punti, non poteva resistere a lungo a simile poderoso attacco e, con un formidabile scricchiolìo, che, per buona ventura, venne in quel punto attutito dalle urla feroci e dalle imprecazioni di Trentacoste e de’ suoi, che, allo unisono, minacciavano l’oste; finì, di fatto, a schiantarsi in due pezzi, l’uno de’ quali, il superiore, si staccò, in pari tempo, dal limitare della stanzuccia di Bianca e sarebbe anche andato a rovinare fin giù sul pavimento, ove Terremoto non fosse stato lì, pronto a ghermirlo e a gittarlo orizontalmente entro il suo buggigatto.
Fatto ciò, in un batter d’occhi, dètte di piglio ai due tronconi dell’altro pezzo di scala, rimasti infissi alla soglia della camera nuziale dell’oste, e, sveltili dalla loro base, li trasse pur essi nel proprio stanzino.
Così, fra i due piani della casa e l’ammezzato interposto non rimaneva più nessuna possibile comunicazione.
Quando, sotto gli urti de’ birri di Trentacoste e del Bombaglino, l’uscio da basso si spalancò; Terremoto aveva a pena compiuto la sua ardimentosa demolizione ed era tornato ad accovacciarsi entro il suo buco su i medesimi frantumi della scala allora allora demolita.
I primi a sbucare dall’uscio guatarono stupiti allo insù, e, voltisi a’ compagni, che li spingevano alle reni da stare tuttavia nella camera dell’oste: