Da ciò un battibecco da non rifinirne. I maggiorenti si opposero alle pretese del Vitelli; questi tenne sodo; quelli anche; cosicchè Pierluigi dovette immischiarsene personalmente, e — tutto vagliato — decidere che — avendo torto sì l’uno che gli altri — si dèsse il male in mezzo e si scambiasse la campana con uno dei candelabri di argento della sala del Magistrato.

Ma nemmanco ciò — comunque, per quattro colpi di passavolante sparati a bambera, fosse un guadagno da non disprezzarsi — nemmanco ciò valse a sodisfare il Vitelli, che aveva le ingorde brame istesse della lupa di Dante e che pensò ricattarsi, col mezzo poliziesco di trarre la popolaglia a tumulto e profittarne per allungar le mani in mezzo al disordine.

Provocata da taluno de’ suoi sgherri più audaci, la gente minuta surse, infatti, a romore; corse all’arme; barattò qualche colpo di stocco e di moschetto e il Vitelli si cacciò in mezzo alla mischia, incitando i suoi uomini a dare intanto il sacco alle case degli Alfani e a ciascuna di quelle de’ Venticinque. Ma se c’è proverbio sciocco ed insussistente è quello che dice: lupo non mangia lupo. — Pierluigi Farnese — il principal lupo in parola — non voleva che altri mangiasse nel suo piatto, o sottraesse alla sua rapina personale alcuna parte della preda. Però si fece venire inanzi gli altri suoi capitani e colonnelli e comandò loro di far correre le vie dai loro fanti con le pertugiane inastate e — fossero popolani di Perugia, fossero cernite del Vitelli — peggio per chi le toccasse; purchè s’acchetasse il trambusto e.... l’ordine regnasse a Varsavia!

Ricondotte le cose al silenzio, Pierluigi si occupò di far gittare le fondamenta della nuova fortezza papale, che doveva sorgere, a spese de’ perugini, presso Porta Sant’Angelo, nel luogo istesso dov’erano le case de’ Baglioni, sopra disegno di Francesco da Viterbo, e a costruire la quale vennero preposti il Sangallo iuniore ed il Meleghino; poscia — scorse due settimane — abbandonò la città, lasciandola al governo di Bernardino Castellari, vescovo di Casale, detto Monsignor della Barba, più guerriero che sacerdote, e diremmo più carnefice che prete, se la Santa Inquisizione non si fosse tolto l’uficio di far sparire il divario.

Costui inferocì. Mise a morte sei de’ più cospicui cittadini, pretese si consegnassero tutte le armi, si levassero le catene che avevano servito a sbarrare le vie, si radessero al suolo le case de’ Venticinque e si cangiasse il nome del supremo magistrato in quello di Conservatore dell’obbedienza alla Chiesa.

E tutto ciò a dimostrare a’ perugini quanto parlasse sul serio Papa Paolo III, quando — il 20 febraio dell’istess’anno — inviava loro un suo breve, — nel quale — secondo il Bontempi — era detto: «Sub pœna ribellionis, interdicti, confiscationis bonorum, privationis privilegiorum et Comitatus, che la Città subbito et incontinente, dovesse accettare e comprare il sale a tre quattrini più la libbra, di quello, è solito comprare.»

E, diffatti, dovette a tale prezzo comprarlo e.... pagarlo.

Oh, per farsi pagare lasciarli fare a loro.... i preti!

Fine della parte terza.

PARTE QUARTA. LA CONGIURA DE’ FIESCHI