Capitolo XXXV. La resa.
Ed ora saremo brevi.
Il magnifico messer Ridolfo Baglioni, che — senza essere papa come Paolo III, nè figlio di papa, come Pierluigi Farnese — la sapeva a bastanza lunga da poter trarre la castagna dal fuoco con la zampa del gatto, lasciò, come dicemmo, Perugia, traendosi dietro la sua soldatesca raccogliticcia, che si sbandò poscia per le propinque campagne, e tutto quel maggior gruzzolo che gli era venuto fatto di raggranellare, ficcando la mano un poco dovunque, sino nelle suppellettili di chiesa tantocchè «fu infamato di avere in prima (d’andarsene) rubate tutte le argenterie sagre e profane».
Col mattino del giorno 6, vale a dire pochi momenti dopo che Terremoto si fu liberato, nel modo per noi descritto, dalle zane degli emissari di Pierluigi Farnese, questo principe fece il suo trionfale ingresso in Perugia, montato s’un bellissimo cavallo turco, color isabella, tutto bardato in velluto cremisi a frange e borchielli di oro, con a fianco Alessandro Vitelli, Giambattista Savelli e Gerolamo Orsino, e, dietro, millecinquecento fanti e trecento cavalli.
Discese e mise seggio nel palazzo del Magistrato, d’onde — trinciandola da assoluto padrone — s’affrettò ad infrangere i medesimi patti allora allora convenuti, col sopprimere lo antichissimo istituto civico de’ Priori, dichiarare ribelli i Venticinque e rei di alto tradimento e con lo impadronirsi di tutte le publiche argenterie ed oggetti preziosi sfuggiti alle ladre ugne di Ridolfo Baglioni. — Nè da un figlio di prete c’era da attendersi altro!
Per tal modo, i delusi perugini vedevansi posti a ruba da amici e nemici, in ischerno d’ogni più elementare diritto delle genti e d’ogni dichiarata stipulazione.
Nè ciò è ancora tutto.
Come ci è noto, l’avido Alessandro Vitelli non aveva consentito a lasciarsi supplantare dal Farnese nel comando della spedizione, se non pattuendo di beccarsi per sè solo la metà del bottino. Laonde, come ci è pur noto, lo avea seccato non poco lo annunzio che, tra l’Orsino e l’araldo di Ridolfo Baglioni, si fossero concertate le clausole della reddizione della città, senza c’entrasse un po’ di saccheggio, od — a peggio andare — una briccica di sovrimposizione e di taglia.
Si sentiva derubato.
Non volendo, però, a niun costo lasciar scorrere l’aqua cheta alla scesa, senza che passasse in prima pel suo molino e gli facesse macinare alcunchè di suo peculiare tornaconto; e’ provide subito a’ casi propri col far postare due passavolanti contro Porta San Pietro e tirarvi dentro alla distesa tanto che — apertavi una breccia — potesse dire la città essersi presa per forza ed esigerne in compenso la campana maggiore.