E segnò un usciolo che aprivasi di fianco al letto.
— Dove mena?
— Al portico sotto al fenile, dall’altra parte della casa!
— Bene.... addio.... e grazie!
E, profferendo tali parole, Terremoto uscì, con la sua signora sempre in braccio, dall’àdito che gli veniva indicato, dopo essersi tolto di tasca ed aver deposta una grossa manciata di oro su lo stesso tavolinuccio, presso cui, qualche ora prima, mastro Luca stava istituendo i suoi conti.
Giunti sotto al fenile, Terremoto vi scorse un certo numero di cavalli legati, per le briglie, agli anelli infissi nei pilastri del porticato.
Erano i cavalli degli sgherri di Pierluigi Farnese.
— Il buon Dio benedetto è con noi — sclamò il brav’uomo a quella vista.
E, in ciò dire, estrasse un largo coltellaccio, unica arma di cui si trovasse munito, e, con esso, recise i sottopancia e tutte le altre cinghie, che assodavano i finimenti di quei cavalli, non risparmiandone che due soli.
Su l’uno di questi fece montare la sua giovine signora, poi, montato egli stesso su l’altro, lavorò di calcagno e fece partire i due animali al galoppo.