Naturalmente la Camera Apostolica conosceva troppo bene le ladre consuetudini di messere Alessandro, per essere sì grulla da sborsargli 750 ducati prima che avesse adempiuto interamente al dover suo.

Tra’ capitani, che — secondo i patti della capitolazione di Castel Torsciano — aveano seguito il Farnese in Abruzzo contavasi il personaggio da noi designato sinora col semplice nome di Cavalier Nero.

Prima di più oltre procedere è necessario diciamo chi veramente egli fosse.

Non sarà caduta di memoria al lettore, la narrazione, da noi fatta, sin dal principio di questa nostra istoria, di un truce caso di sangue, onde era stata teatro, vari anni prima, l’abazia di San Savino nel Valnurese.

L’abate — un conte Giambattista Marazzani, presso del quale viveva, col titolo di nepote, ma diversamente reputata dallo universale, quella feroce Olimpia che vedemmo prima in Castell’Arquato, presso i Santafiora, quindi, in campo sotto Perugia, in abito virile e col nome di capitano Tre-Grazie — l’abate era stato proditoriamente ucciso di pugnale da Giovanni Anguissola amante di costei.

Figlio legittimo al conte Jacopo Anguissola, signore di Riva, di Carmiano, del Ponte d’Albarola, di Spettine e d’altri luoghi molti nel piacentino, e figlio adottivo al proprio avo materno Lazzaro Tedeschi, conte di Corano e Vairasco in Valtidone; cognato al principe Luigi Gonzaga di Castiglione delle Stiviere e di Castel Goffredo; conte egli stesso di Grazzano, cavaliere aurato, cesareo senator di Milano; Giovanni Anguissola poteva di buon dritto annoverarsi tra la più alta e ragguardevole aristocrazia piacentina.

Il suo amore intenso, dissennato, furioso per Olimpia Marazzani lo aveva quasi perduto, dappoichè egli ed il Cavalier Nero non fossero chè una sola ed unica persona.

Abbiamo visto in qual modo, non trovando più la sua diletta appo il supposto zio di San Savino, avesse tratto orrenda vendetta di costui, trucidandolo; abbiamo visto in qual modo e per quale concorso di strane circostanze fosse riuscito a impadronirsi di lei, strappandola dalle braccia di Pierluigi Farnese e dal castello dei conti di Santafiora; abbiamo visto finalmente, per quali altre fortuite accidentalità, Olimpia ferita e moribonda forse cadesse di bel nuovo in sue mani sotto le mura di Perugia; ma ignoriamo tutto quanto doveva essere intervenuto fra eglino due nel lungo intervallo corso dal primo al secondo rapimento.

Come dicemmo nella seconda parte di questa storia — lasciati a Vigolo de’ Marchesi in riva alla Chiavenna, Bianca della Staffa ed il suo fido Terremoto, il Cavalier Nero — che, d’ora in poi, chiameremo sempre col suo vero nome di Giovanni Anguissola — si gittò, con in braccio la sua Olimpia, traverso le agate del Rimore e le madrepore, onde sono cosparsi i pressi della Chiavenna e del Chero, e galoppò diviato sino al villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad una delle case dei marchesi Tedaldi.

Olimpia era sempre svenuta.