Quando, sul fare del giorno, recuperò i sensi, ella si vide stesa su di un candido letto entro una piccola stanza riccamente adobbata, dalle cui imposte socchiuse il sole cominciava a saettare i suoi primi raggi.
Volse attorno uno sguardo indagatore, non sbigottito, e scorse al proprio fianco un uomo inginocchiato sul soppidiano, che la stava contemplando, con una specie d’estasi, aspettandone ansioso il risveglio.
Era l’Anguissola.
La giovine donna, senza nessun riguardo pel proprio pudore, si drizzò a sedere sul letto e fulminandolo di uno sguardo tra l’ironia ed il disdegno.
— Che fai tu qui? — gli chiese — perchè mi hai tu rubato alla casa ospitale dei Santafiora ed all’amore senza pari del mio Pierluigi?...
C’era tanta sfacciata inverecondia in simili parole ed un sì schiaffeggiante sarcasmo, che l’Anguissola comprimendosi il cuore affine non gli scoppiasse, dovette levarsi in piedi di scatto quasichè, ginocchione, non potesse sostenere tutto il peso di quell’oltraggio schiacciante.
Per formarsi uno esatto criterio di quanto il giovine gentiluomo dovesse soffrire in quell’orribile momento è mestieri considerare ch’egli amava ed aveva sempre amato la donna, cui stava genuflesso dinanzi, con una passione timida insieme e sfrenata, rispettosa insieme e concupiscente, strana miscela di spiritualismo e sensualità.
Più volte — ne’ brevi e fugaci istanti, in cui erasi trovato solo con lei, alla commenda di San Savino — aveva tentato stringersela fra le braccia e strapparle quelle supreme prove d’amore, ch’ella, col fuoco dei suoi sguardi, con la lascivia dei suoi discorsi e delle sue pose, sembrava impromettergli; ma sempre, ed una specie d’instintiva ed invincibile ritrosia della stessa fanciulla e, più di tutto, l’arguta vigilanza dell’abate, glie ne avevano tolto ogni mezzo.
Abbiamo pur detto che, comunque già affatto pervertita e corrotta, quando soggiacque alla lussuria del Farnese, Olimpia non era per anco materialmente caduta. Ciò doveasi appunto alla sorta d’isolamento in cui ell’era sino allora vissuta presso l’abate di San Savino ed alla sorta di misteriosa repugnanza, che le ispirava l’uomo, a cui aveva concesso più che amore, amicizia.
Per una inesplicabile contradizione, ella sentivasi a un tempo istessa, attratta e respinta dall’Anguissola; le pareva di amarlo contro il proprio medesimo genio; contorcevasi in una mal definita lotta contro sè stessa; epperò, a momenti, cedendo alla imperiosità de’ propri istinti, era in sul punto di darglisi in braccio senza nessun riserbo; subito dopo, invece, quella arcana repulsione la sopravinceva e, nel contrasto, parevale che l’amore nodrito per lui le si rimutasse in altrettanto odio.