S’arrestò un momento perplesso; poi — abassando vieppiù la voce:

— Forse a soccomberne.... — continuò.

— Per la croce! — fece allora l’Anguissola — voi, dunque, credete?...

— Nulla io credo — concluse solennemente il frate — temo molto, ma e molto spero anche e dai soccorsi dell’arte e da quelli d’Iddio!

Il guardiano con un suo cenno imperativo mozzò sul labro del conte ogni ulteriore rimostranza e lo costrinse ad uscire secolui dalla cella, nella quale il monaco curante rimase solo a fianco della donna affidata alle sue cure.

Quanto intervenisse fra loro due non è ancor tempo di dirlo.

Fatto è che — in capo ad alcuni momenti, i quali parvero secoli all’Anguissola, che, nell’ansietà dell’attesa, arpentava a passi concitati le buie chiostrate del grande cortile — il monaco uscì cautamente dalla cella, recando in mano la lampada che la rischiarava, e si diresse verso lui.

— Ebbene? — gli chiese subito il conte.

— Ella dorme — gli rispose il frate — le ho amministrato il mio specifico e confidiamo che la divina providenza dia a questo tanta efficacia da poterla salvare.... ma, sino allo spuntare del sole, conviene lasciarla affatto tranquilla; che nessuno l’accosti: il minimo romore, la più lieve scossa, potrebbe riuscirle fatale e cagionarle la morte!

— Oh, non temete!...