— Il reverendo padre guardiano ha assegnato a voi ed alle genti di vostro seguito parte de’ letti della foresteria: ritiratevi, dunque.... ritemprate nel riposo e nel senno le vostre forze affiochite da una dolorosa trepidazione....

— Oh, il sonno!... esso sfuggirebbe dalle mie ciglia!... piuttosto, userò meglio del mio tempo, ingannando le mie ansie, con una visita al prigioniero, che ho qui condotto; m’è giocoforza conferire con lui!

— Ve ne farò schiudere la cella!

Pochi istanti dopo il conte Giovanni, preceduto dal portinaio, entrava nell’angusta cella, in cui stava chiuso il nostro Neruccio.

Là si trattenne sino al rompere del giorno.

A pena, traverso la piccola finestruola, vide il cielo illuminarsi de’ primi e grigi barbagli dell’alba, uscì sollecito dalla cella, lasciandola schiusa e si diresse a quella di Olimpia.

Anche di questa l’uscio era aperto.

Su la soglia tenevasi il padre guardiano con le braccia incrociate sul petto.

Dall’interno emergeva un fioco chiarore come di molti cerei accesi.

Il conte ebbe una stretta al cuore.