Pellegrino di Leuthen — come lo avranno già avvertito i nostri lettori — sotto la maschera di metallurgo e antiquario, altro non era che un attivissimo spione del papa e di tutti i costui aderenti. — Paolo III, infatti, sino dal 1538, gli aveva dato incarico, con apposito Breve, di ormare e consegnare in potere della giustizia i non pochi falsari, che, abusando il nome pontificio, avevano preso a fare spaccio di apocrife patenti largitrici di dispense, di perdono e d’altro, per mezzo delle quali andavano squattrinando a scapito dell’altrui buona fede, e — più tardi — quello di scandagliare e studiare le miniere della valle di Nure; ma, nel medesimo, era segretamente istruito di tener d’occhio agl’interessi tutti di casa Farnese e di riferire a tempo e luogo, quanto gli accadesse notare che ne valesse la pena.
In altri termini, Pellegrino di Leuthen era niente più niente meno di ciò che al giorno d’oggi si chiama un agente secreto di publica sicurezza.
Mentre costui saziava il suo vorace appetito tedesco e si rimetteva in via per la montagna; Giovanni il Grosso — fatti venire i suoi familiari ed uomini d’arme ed impartiti loro gli ordini opportuni perchè procacciassero il necessario alle difese — aveva spedito procacci e staffette a cavallo a’ suoi figliuoli e congiunti, alfine che prima dello annottare convenissero tutti al suo castello.
Il sole non aveva, infatti, per anco raccolto i suoi ultimi raggi, che — alla spicciolata, l’uno dal monte, l’altro dal piano — vi giunsero tutti, di guisa che quando, alla ritirata serale, si rialzarono i ponti e si situarono le scolte su i merli, più di quattrocento uomini parati al combattere trovavansi chiusi entro la rôcca di Camia.
Ma quella notte trascorse, e un’altra, e un’altra ancora, senza che di nemici si avesse il minimo indizio.
Si ritenne allora che Pellegrino avesse preso un granchio a secco e, a poco a poco, i convenuti si licenziarono e fecero ritorno alle rispettive dimore: compagni al vecchio Giovanni non rimasero ultimi chè suo figlio Gilberto, suo genero Alfisio Malvicino, un Cristoforo Chinello, e un Battistino ed un Franceschino Zazzera, i quali pure — traendo ottimo auspicio da una quarta notte passata nella più completa tranquillità — cominciavano a parlare di andarsene l’indomani.
Capitolo VII. La via sotterranea.
Ma la pace perfetta goduta in quelle quattro notti dagli abitanti della rôcca di Camia potevasi paragonare alla bonaccia di mare precurritrice quasi sempre di spaventose procelle.
Pellegrino di Leuthen — noi lo sappiamo — non s’era punto ingannato; e se i Nicelli riuniti in Castel Canafurone non avevano dato compimento a’ loro feroci propositi nel tempo e nel modo deputati, lo si doveva appunto allo averne egli istrutto Giovanni il Grosso e alle disposizioni assunte da costui.
Per mezzo de’ loro parziali, disseminati qua e là nella valle, eglino pure erano stati, a lor volta, messi in su l’avviso del frettoloso accorrere che i Camia facevano dai dintorni al castello paterno e avevano compreso come il loro divisamento di cogliere il nemico alla sprovista e di sopraffarlo fosse interamente frustrato. — Il vecchio Camia era avvertito: impossibile, quindi, trovarlo con le mani alla cintola; arduo già forse il solo avvicinarsi al suo covo senza destare l’allarme. — Due cose decisero però: l’una di aggiornare la loro spedizione; l’altra di affidarla piuttosto all’astuzia che alla violenza.