A Castell’Arquato, dove l’Anguissola erasi pure sospinto, correva sempre insistente la voce che Olimpia Marazzani fosse prodigiosamente disparsa da quella rôcca fin dalla notte in cui egli stesso ne l’aveva rapita, e che mai più avesse dato segno di sè.
A Perugia, dove Neruccio aveva chiesto informazioni su la famiglia della Staffa, eragli stato risposto trovarsi essa ricoverata a Siena sotto il patrocinio di quella republica.
Là pure si condusse il nostro giovine avventuriero; vide ed interrogò il vecchio messer Bartolomeo della Staffa; ma neppur questi seppe dirgli alcunchè su la nepote, ch’egli già non tenesse dal labro di Terremoto, e cioè: dello strano e proditorio modo in cui altri aveala strappata dal suo fianco, mentr’egli abbandonava la patria, per dannarsi a volontario ed interminabile esilio.
Delusi, scorati, e’ riedevano da quelle loro infruttuose escursioni al castello di Nepi dove teneano stanza consueta ed ivi scorrevano il tempo nel parteciparsi a vicenda i loro timori e le novelle e ripullulanti loro speranze.
Erano state queste, che mentre trovavansi a Piacenza con lo stesso loro signore — li avevano condotti a domandare una nuova licenza ed a correre l’oltre Pò, in traccia anco una volta di quelle notizie, che sfuggivano sempre alle loro ricerche.
Toccata Cremona, ed ivi risaputo come le corti del papa e dello imperatore si trovassero riunite a Busseto, vi si diressero per curiosità più che per altro, decisi di ritornare a Piacenza per questa via.
Fu in tale congiuntura che s’imbatterono in Terremoto, il quale — per contro — ritornava a Cremona, dove aveva lasciata la sua signora.
Terremoto mostravasi, in cera, oltremodo stravolto e agitato.
— Finalmente! — sclamò Neruccio, facendo arrestare di botto il proprio cavallo — finalmente vi ritrovo, dopo tre anni, dopo tre lunghi anni.
— Ah, messer Neruccio!... — fece il colosso rasserenandosi alquanto in sembiante — voi? voi?... è la bontà della suprema providenza, che vi manda a me in questo momento.