— Non mi sbaglio — sclamò il più giovane dei due cavalieri, a pena lo scorse — è lui, senza dubio; è Terremoto.
— Il salvatore della vostra diletta? — gli chiese il compagno.
— Sì, conte — rispose quello, cacciando gli sproni ne’ fianchi del proprio cavallo — quello istesso che vi aiutò a rapire donna Olimpia Marazzani dal castello de’ Santafiora.
Queste poche parole scambiate fra i due giovani cavalieri, basteranno, crediamo, acciocchè i lettori riconoscano in essi il conte Giovanni Anguissola ed il nostro Neruccio Nerucci.
Dopo la guerra del Sale, eglino due aveano continuato a rimanersene a’ soldi del signor duca di Castro, nella fiducia sempre di riuscire alla scoperta di quanto si riferiva alle donne de’ loro pensieri.
Ma le loro speranze erano sempre andate deluse.
O li lasciasse di presidio al suo castello di Nepi, o li inviasse a fare incetta di uomini e cavalli nei dominî della Chiesa per conto dello stesso pontefice, o se li avesse al fianco in questa o quella spedizione, come quando si recò egli a Genova a complimentare Carlo V; Pierluigi Farnese mai si era lasciato sfuggire dal labro una sola parola, che a quelle due donne si riferisse; nè l’Anguissola potè mai più rivedere al di lui fianco quella misteriosa creatura, ch’eragli apparsa dallo sportello di una carrozza in piazza del Sole a Perugia, e nella quale aveva creduto ravvisare la fatale sorella dello abate di San Savino — Neruccio — dal canto suo — pigliando voce da vari de’ suoi subalterni, era giunto, nel frattempo, a conoscere nei loro più minuti particolari tutti gli avvenimenti, che avevano accompagnato e seguito la evasione di Bianca dal campo papalino e dalla taverna della Magione. L’uno e l’altro dovettero però rinunziare alle loro idee di vendetta, il primo perchè trovavasi completamente all’oscuro su la sorte toccata alla sua donna; il secondo perchè, più che del vendicarla sentivasi preoccupato dallo intenso desiderio di averne contezza e rivedere la sua.
Per queste ragioni, eglino chiesero più volte licenza al Farnese di correre il mondo, per loro private faccende, licenza che il principe, il quale, malfermo sempre in salute, scorreva la maggior parte del tempo nel suo castello di Castro, non ebbe mai motivo di rifiutare.
In tali occasioni, l’Anguissola erasi più volte restituito a Piacenza e ne avea perlustrato i dintorni, massime quelli del Valnurese, nello intento di rintracciarvi qualche novella di Olimpia; e Neruccio — che nascondevasi sempre sotto il pseudonimo di Giovanni Osca da Valenza — era ritornato prima a Perugia, poscia sino alle falde di Monte Osèro, al casolare della Chiappa, tentando, dal canto suo, di scuoprir qualche cosa che riflettesse la sua Bianca, od almeno il costei servitore. Ma nè l’uno nè l’altro aveano mai approdato a nissun favorevole risultamento.
Le mute ruine dell’abazia di Cogno San Savino e le diserte mura del tugurio, dove abitava un tempo la famiglia Rinolfo, null’avevano potuto rispondere alle ansiose domande dei due giovani sconsolati.