Ercole II sostenne la propria parte con pieno convincimento di adempiere a un debito di fedele alleato e rincupì, per conseguenza, le istesse tinte usate da Terremoto nel dipingere il carattere e narrare le laide imprese del duca di Castro.

La partita era vinta.

L’indomani istesso Carlo V ritirò la sua parola e il desolato Paolo III dovette contentarsi di mettere inanzi — a mo’ di rappresaglia — il proprio intendimento di far eleggere il figliuolo signore di Parma e Piacenza.

Capitolo XLIV. Bianca ed Olimpia.

Rompeva l’alba dell’ultimo giorno in cui gli augusti ospiti di messer Gerolamo Pallavicino dovevano lasciare la rôcca di Busseto. Fra Simpliciano, l’onesto laico blaterone, portinaio de’ Minori Osservanti, aveva già iscritto sul registro del convento la seguente nota:

«Dil 1543 a dì 24 Zugnio Vene papa Paulo Terzo a bux.to a parlamento Cum Carlo quinto Imperatore di Roma e Cum il papa (sic). Vi hera 24 Cardinali Vescovi Sig.ri gentiluomini Uno n.º grande cum sua M.tà Inperialle Vi hera ’l ducha di ferara (Ercole II d’Este) il ducha di mantova (Francesco III Gonzaga) il principe di piemonte (Emanuel-Filiberto) dùn ferrando gonzaga (il Gonzaga tratto da noi in iscena) il marchese del guasto In quel tempo governatore del Stato di Milano (Alfonso d’Avalos marchese del Vasto) il duca otavio fernesso (Ottavio Farnese, duca di Camerino) e madama filiola del Inperatore (Margherita d’Austria) Vi hera puoi Uno n.º Infinito di gentilomini e Signori e duchi di Spagna. Secondo che fu dito dapuoi fu tratato di far ducha di parma e di piasenza Piero aloysio fernesso filiolo di Papa Paulo Terzo.»

I ricovrati nel convento istesso, vale dire: Manfrone Aretusio, che sappiamo ora altri non essere che Gaspare Gozzelini, segretario di don Ferrante Gonzaga, il nostro Terremoto, Pellegrino di Leuthen ed il suo Lazzaro d’Alpinello, avevano sgombrato già il luogo, pigliando ciascuno per direzioni diverse.

A metà circa della strada maggiore della città, a destra scendendo verso il Po e di rimpetto alla casa dei Dordoni, sorgeva intanto una impalcatura, su cui situavasi, con alquanti suoi fattorini, quello istesso Tiziano Vecellio, che già vedemmo a Parma in estatica contemplazione delle bellezze architettoniche e scultorie del battistero, il quale — per incarico avutone dallo stesso imperatore e dietro preghiera de’ signori del luogo — ivi dipinse a fresco l’incontro dei due sovrani avvenuto nella rôcca. Il dipinto comprendeva gl’intieri ritratti di Carlo V e di Paolo III e quello di moltissimi tra i principi e cardinali, che loro facevano corona. L’opera riuscì insigne e degna in tutto e dello importante subbietto e del valido pennello che lo aveva trattato, ma il tempo, frusto a frusto, compiè in seguito l’opera sua distruttrice ed ora, di quel dipinto del caposcuola veneziano, non rimane più il minimo vestigio.

In quella istessa mattina, su la via, che dalle foci della Ongina mena a Busseto, procedevano due giovani signori, montati su focosi e bene equipaggiati cavalli di Barberia e vestiti in parte da gentiluomini in parte da soldati. Avevano cappello piumato in testa, in luogo del morione; brache e maniche a sbuffii; ma, sul giustacuore, una lucente e niellata corazza, ed al fianco un lungo spadone, la daga e il pugnale.

A un certo punto della via, costoro videro venirsi incontro un gran diavolo d’uomo, che pareva schiacciasse del proprio peso il gramo ronzino sul quale trovavasi in arcioni.