Ivi ella tenevasi nel massimo riserbo ed acciocchè i molti curiosi del piccolo luogo non potessero giugnere a riconoscere chi veramente ella fosse, mai mostravasi in publico se non con la faccia coperta da una maschera di velluto.
Però non andò guari che venne denominata la Incognita di Castro, nè altrimente fu nota che sotto un tal nome.
Le cagioni di un simile contegno si comprendono ovviamente: ella voleva sfuggire alle indagini, che avesse fatto di lei l’Anguissola, e ad ogni contatto con lui.
Nella situazione d’animo, in cui ella trovavasi rispetto al suo antico amante, annidavasi un mistero psichico ch’ella istessa mai era giunta a spiegarsi; per l’uomo, che le aveva consacrato i più caldi affetti e che, per suo amore, s’era macchiato di un nero delitto di sangue, ella provava a un tempo — lo abbiamo già detto — e simpatia e repugnanza. Questa l’aveva sempre distolta dal darsi interamente a lui e spintala tra le braccia di un altro: quella le vietava di atteggiarglisi a nimica aperta e di arrecargli alcun male.
Il saperlo tra gli uficiali a’ soldi del Farnese viemmaggiormente la pose in apprensione ed impiccio.
Come schivarne l’incontro?
Confidarsi anche parzialmente a Pierluigi avrebbe equivaluto ad intorniare l’uomo, che voleva preservato, di rischi e pericoli senza fine: un sospetto, che fosse sbucciato in core del principe poteva facilmente convertirsi per quello in una minaccia di morte.
E per qual via premunirsi altrimenti?
La fede cieca che il Farnese riponeva ne’ suoi astrologi e dottori, le suggerì un ottimo spediente. Col di lui istesso danaro si accaparrò il concorso di un di costoro, dal quale si fece solennemente prognosticare dipendere la sua vita e la sua felicità dalla sua nè troppa vicinanza nè troppa lontananza dal conte Giovanni Anguissola; le stelle collegare il suo al destino di costui; ogni sciagura, o danno, o malore, che a questi intervenisse rimutarsi inevitabilmente in suo malore, danno sciagura: ned esservi laonde più acconcio mezzo a preservarla, se non ch’egli vivesse tranquillo nella condizione e nel luogo in cui si trovava, ma senza che giammai, per niuna cosa al mondo, potesse aversi secolei il minimo contatto.
Tali canzonature venivano congegnate nella casa di Ripetta, dove — al suo ritorno dalla guerra del Sale combattuta in Abruzzo — Pierluigi n’ebbe pienamente a contezza. Sollecito della donna sua ed uso a non discutere, nè a revocare mai in dubio i sentenziati della scienza astrologica; fu egli stesso allora che imaginò di ricovrare Olimpia nel suo palazzo di Castro, esortandola a non uscire mai per le vie se non col volto larvato, e che — per tenerglielo più possibilmente, senza che il fosse troppo, discosto — assegnò per stanza all’Anguissola il castello di Nepi.