Per via di tale accorgimento, le faccende procedettero, infatti, senza mai dar luogo a inconveniente nessuno, e di guisa tale che il conte Anguissola erasi quasi indotto a ritenere d’aver sognato quando eragli parso di rivedere Olimpia su la piazza di Perugia.
Allorchè si trattò del convegno tra il papa e l’imperatore, Pierluigi trovavasi appunto a Castro ed esponeva all’amante sua i dubi forti che lo ingombravano, circa la riuscita del novello tentativo che l’augusto suo genitore proponevasi fare in suo vantaggio. Noto, com’eragli, il poco buon concetto in cui lo si teneva dallo universale, e’ vedeva un emolo, un avversario, un nimico anche in ciascun membro del numeroso suo parentado, persino negl’istessi suoi figli, e temeva però si mettessero al fianco dell’imperatore ed anco di suo padre, ma specie del primo, uomini intesi a scalzarlo ed a lavorare sott’aqua per attraversargli la riuscita. Dolevasi, quindi, di non avere nel luogo, in cui l’importantissimo e decisivo abboccamento doveva effettuarsi, nessun servitore fedele, o schietto amico, che perorasse per lui od, almeno, invigilasse l’andamento delle cose e, nel caso, lo tenesse istruito de’ pericoli che il minacciassero.
Stando in simili angustie, nè sapendo a qual partito appigliarsi, l’arrivo a Castro del nostro vecchio conoscente, il tedesco di Leuthen, gl’ispirò il pensiero di spedire appunto costui su le calcagna del papa e dello imperatore e di affidarsi a lui per quell’uficio di cui non sapeva chi meglio incaricare.
Pellegrino — per la sua qualità di creato e spione de’ Farnesi — era uno de’ pochi — a non dire: il solo — che fosse a parte del segreto d’Olimpia e conoscesse chi veramente ascondevasi sotto la maschera della Incognita di Castro.
Tale circostanza fece scattare una ardimentosa idea nella calda fantasia di quella donna, vaga ed amante più che altra mai di agitazioni e d’arrischiate imprese: questa, di farglisi occultamente compagna nella spedizione a cui lo destinava il Farnese.
E così fu.
Mentre Pierluigi lasciava Castro, per recarsi a Piacenza; ella travestivasi da ragazzo del contado e, così camuffatta, partiva, a sua volta, per Bologna prima e quindi per Parma, in compagnia di Pellegrino, d’onde — al momento dato — si portò, come vedemmo, a Busseto, nel convento de’ Minori Osservanti.
La faccia, le vesti, i modi del Gozzelini non mancarono di svegliare subito i suoi sospetti e di eccitarla e tenerlo d’occhio e a studiare qualche spediente per venire in chiaro delle sue intenzioni. Fu nel mettere in atto il più ardito di tali tentativi, quello, cioè, d’impadronirsi del suo borsello e delle carte, che il medesimo potesse contenere; ch’ella cadde tra le grinfe di Terremoto e che ne susseguì la scena di cui fummo testimoni.
L’incontro fra il gigante e Pellegrino ed il riconoscimento di quello da parte di Olimpia, che ravvisò subito in lui l’uomo formidabile da cui era stata atterrata nel castello de’ Santafiora, le fece nascere il desiderio d’iscuoprire, per di lui mezzo, cosa fosse intervenuto di Bianca della Staffa. Il tedesco, sotto il manto dell’amicizia che avea professato per la famiglia di costei e della fiducia, che, necessariamente doveva però a quello ispirare, servì di mezzano a tali suoi finì. Risaputo, per siffatta via, tutto quanto risguardava la giovane amante del nostro Neruccio, e visto risolversi in isfavore del suo Pierluigi tutto lo armeggio de’ cotidiani colloqui che avevano avuto luogo tra il papa e l’imperatore; ella decise di abbandonare alla chetichella Busseto e di condursi in Cremona, dove tentare un’altra volta d’impadronirsi di colei, contro la quale sentivasi sempre animata da un cieco e quasi istintivo livore.
Il rimanente ci è noto.