Arcangelo Rinolfo — meglio conosciuto per tutta la valle sotto il nomignolo di Terremoto — era, infatti, tale uomo da lottare da solo anche contra quei dodici e da fornir loro una brutta gatta da pelare.
S’imagini il lettore un colosso di due metri d’altezza, con un torace da cavallo meclemburghese, le spalle larghe e quadrate, il dorso leggermente curvo e le braccia e le gambe con quegl’istessi muscoli esagerati che si osservano in alcune statue del Buonarroto. — La testa aveva piccina, i capelli biondi, occhi cilestri, i lineamenti dolci e regolari e sarebbesi anche potuto dir bello, se un fendente buscatosi in guerra non gli avesse mozzato il naso e parte del labro superiore sì da renderlo orribilmente deforme. — Ad una forza eccezionale, prodigiosa, tale da accreditare le mitologiche e bibliche leggende dell’Ercole greco e dello israelita Sansone, accoppiava la destrezza del ginnasta, la elasticità di membra dell’acrobata: nessuno che — al paro di lui — fosse capace di sollevare enormi pesi, di abbattere una giumenta di un pugno, di puntarsi alla spalla una colubrina come altri un archibugio ordinario; ma e nessuno che lo sapesse vincere al corso e lo eguagliasse nella rapidità con la quale s’arrampicava s’un albero, o si lasciava scivolare giù da una fune.
Lo dicevano Terremoto e, all’opera, lo era dassenno.
Sotto gli ordini di un Camia e al soldo di Spagna aveva militato più volte in Lombardia e operato prodigi di valore. — Pei suoi signori professava una devozione ed una reverenza che avevano del culto. Il suo carattere somigliava a quello dei cani di Terranova: non troppa intelligenza, ma una fedeltà a tutte prove. Ciò che non gli suggeriva il cervello, il cuore glie lo dettava; dove non giungeva con la mente, toccava col braccio.
Ci siamo dilungati alcun poco a ragionare di costui, appena ci accadde di nominarlo, per la parte rilevante che deve rappresentare in questa nostra istoria.
Torniamo adesso al suo misero padre, che inutilmente si dibatteva fra le braccia de’ suoi rapitori.
Come costoro l’ebbero steso supino su le ghiare del torrente e toltogli d’in su la bocca il bavaglio, il conte di Monte Ochino gli si chinò sopra col ferro sguainato in pugno e tinto ancora del sangue della sua vecchia compagna e:
— Suvvia — gli susurrò con voce sorda e imperiosa all’orecchio — tu sai dove si trova lo sbocco della via sotterranea che mena alla rôcca di Camia: o indicamelo subito, o tu se’ morto!
— Ah, è per codesto — rispose quasi tranquillamente l’antico castaldo — che voi mi avete in cotal maniera azzannato e tratto sin qui?
— È per codesto.... parla!