Verso quest’ultimo, in ispecie, egli sentivasi mosso dal più profondo livore.

Già — sin da quando Carlo V non volle piegarsi, nel convegno di Busseto, ad assegnare a lui il ducato di Milano — egli riseppe come la repulsa fosse stata precipuamente causata da’ maneggi e dall’arti messe in pratica dal Gonzaga. — Poi vi si aggiunse altro argomento di sdegno. — Nel 1513, egli avrebbe desiderato conseguire da Giovanni di Homodes, gran maestro dell’ordine gerosolimitano di Malta, il priorato di Barletta nel proprio minor figlio Orazio, che — in quel torno — trovavasi a militare in Francia, dov’era in trattative di matrimonio con una Diana, spuria di Francesco I e della celebre duchessa d’Etampes. Nel più bello, in cui ferveva l’operio del papa e de’ suoi emissarî per l’ottenimento di quella lauta ed importantissima commenda; ecco farsi inanzi l’aborrito Gonzaga, il quale mercè l’appoggio dello imperatore — giunse a strapparla improvisamente dall’unghie già parate al ghermire del giovine Farnese, per farla, invece, allogare al proprio figlio Vicenzo. Poi — come tutto ciò non bastasse — e’ se lo aveva adesso vicino, perchè residente a Milano, e vicino tanto importuno che, ben frequente, gli rompeva le ova nel paniere, e metteva bocca e mani nelle faccende sue come accadde a proposito delle pretensioni del conte Giovanni Dal Verme, circa i tributi del Romagnese, che quello pure sosteneva essere territorio lombardo; e come accadde a proposito del marchesato di Soragna, scaduto dalle mani dei Lupi in quelle de’ Meli, e sul quale esso Gonzaga armava le più insistenti pretese.

Nè a Soragna sola limitavansi probabilmente le ambiziose mire di costui, dappoichè scrivesse allo inviato imperiale Natale Muzj: «Io mi ricordo che quando voi foste in Genova ad incontrarmi, mi diceste da parte di S. M. che, alla morte di questo Papa, voleva recuperar Piacenza et Parma da le mani di Pierluigi, come membri di questo Stato».

Quanto allo imperatore direttamente — malgrado che Pierluigi fosse stato formalmente e solennemente investito dalla suprema autorità pontificia degli Stati di Piacenza e di Parma egli continuava a non designarlo mai altrimenti, anche nelle sue publiche scritture, che col semplice titolo di duca di Castro, ed i suoi furieri, nel segnare in Ratisbona l’alloggio del dott. Boncambi, segretario del duca, scrivevano onninamente: alloggio del signor segretario di Castro.

Tutte cotali cose insieme riunite cacciavano nel cuore del malandato ed atrabiliare Pierluigi Farnese siffatta dose di fiele ch’egli non è a stupirsi se accolse con grande premura e con massima gioia le domande d’aiuto fattegli dai Fieschi, che intendevano muoversi contro la costituzione e la supremazia dei Doria portando così un colpo fatalissimo alla causa dello imperatore e degli amici suoi.

Per altro — ambidestro ed anco, per natura un cotal po’ pusillanime — e’ metteva studio precipuo nel serbare occulto il vero animo suo e se — nel segreto — accedeva sollecito alle istanze dei cospiratori genovesi — in publico avea cura di appalesarsi più di chiunque divoto all’impero ed amico schietto di casa Doria.

Gianluigi Fieschi, intanto, era andato preparandosi il terreno in patria, col captivarsi le simpatie de’ marinai e degli artegiani, largheggiando secoloro in carezze e quattrini e — sotto specie di allestire navigli per una sua spedizione contro de’ barbareschi — faceva venire da vari suoi feudi tutte le persone più fide ed arrisicate su le quali poteva contare. S’era al finire dell’anno di grazia — o di disgrazia — 1546.

Capitolo LI. Novelle gesta di Terremoto.

Gli apparecchi apprestati da Gianluigi Fieschi e da’ suoi trovavansi al punto, che non eravi più ragione alcuna per indugiare l’arrischiosa impresa.

E’ fermarono, infatti, di cimentarvisi e scelsero per tale uopo la notte istessa del capo d’anno.