Lasciamo parlare per noi quell’accurato annalista di Lodovico Antonio Muratori, il quale ha benissimo riepilogato tutto quanto su tale impresa ce ne lasciarono scritto, Uberto Foglietta, l’Adriani, il Campani ed il Mascardi. Nemmanco il Cappelloni, nella sua Storia delle tre Congiure, aggiugne particolari di maggiore interesse.

Gianluigi Fieschi «chiamati seco a cena molti dei suoi amici nobili popolani, e svelata ad essi l’intenzione sua, gli ebbe quasi tutti seguaci nell’impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell’Arco, con ispedire dippoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di S. Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la Darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un tumulto e strepito de’ remiganti e marinai che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzo dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto svegliato dallo strepitoso rumor della Darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione tra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d’entrare, per sua mala ventura v’entrò, perchè immantenente fu da’ congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso che la città era sossopra, e udirsi gridare Libertà e Fieschi, perchè molti della vil plebe s’erano uniti per isperanza di dare il sacco alle case de’ nobili (solita storia!). Però, come potè, posto sopra una mula, si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinola.»

Tra i non molti familiari e clienti, che gli facevano corteo nella precipitosa fuga, rimarcavansi due cavalieri, i quali erano stati i primi due che — correndo a spron battuto — fossero giunti al palazzo Doria con le notizie della sollevazione popolare e di quanto accadeva in città.

Alle vesti, agli arnesi, al parlare sembravano costoro estranei al luogo ed, infatti, quando l’ottuagenario Padre della patria dimandò loro a chi dovesse il segnalato servizio:

— A due forestieri — gli rispose il più attempato — io sono il conte Giovanni Anguissola, piacentino, e l’amico mio è il capitano Giovanni Osca di Valenza.

— E come mai — fece il Doria, mentre si lasciava aiutare da’ famigli ad inforcare con le gambe gottose il piccolo mulo, che dovea trarlo a salvezza — come mai tanto interessamento e sollecitudine per me, che neppur conoscete?

— Non tanto per amore di voi, messere — gli rispose l’Anguissola — quanto per l’odio intensissimo, che ci anima contro il signore nostro, Pierluigi Farnese, il quale.... per nimicizia che ha verso l’imperatore e massime verso sua eccellenza don Ferrante Gonzaga.... si è secretamente legato a’ Fieschi e cospira con gli avversarî vostri.

— Ah! gli scellerati — mugolò il venerando uomo, incitando al corso la sua grama cavalcatura — non potendo battere il cavallo, tirano colpi alla sella.... e intanto m’hanno ammazzato Giannettino, il mio Giannettino, ch’era tutto il mio amore, la mia speranza, la mia gloria, il bastone della mia decrepitezza!

— Questo è uno degli affanni che opprime noi pure — interloquì il capitano Osca o, per meglio dire, il nostro Neruccio Nerucci — col trionfo de’ nemici vostri, noi veggiamo prossimo anche quello dell’abborrito principe, cui abbiamo giurato odio implacabile, ed un simile pensiero ci mette le più crude smanie nel core.

— Attalchè — soggiunse l’Anguissola — a pena voi posto in salvo, ritorneremo a briglia sciolta su la città e, dovessimo pure lasciarvi la vita, tenteremo ogni sforzo per fare abortire l’iniquo tentativo macchinato da un branco di facinorosi, che si fortificano, accarezzando le più basse passioni della plebaglia, contro l’autorità vostra, quella dello imperatore e gli onesti privilegi che assennatamente voi riconquistate in pro delle classi elette e de’ gentiluomini!