— Fate! fate! giovani ardimentosi — sclamò il vecchio principe — voi avrete compiuto un’opera veramente pia, impedendo che questa nobile città ricaschi in arbitrio de’ miserabili, che ne fecero già tanto malgoverno.... oh! morirei contento anche in su l’atto, solo mi si annunziasse che un tale pericolo è rimosso e vendicato il mio Giannettino!
Diciamo ora il più brevemente possibile in quale guisa l’Anguissola e il Nerucci si trovassero a Genova giusto al momento in cui vi scoppiava il tumulto de’ Fieschi.
Giunti da Castel Leone a Piacenza, insieme a Terremoto, null’avevano potuto scuoprire in questa città che li mettesse su le tracce di Olimpia de’ Marazzani e della misera Bianca: tuttavia — lo avervi traveduto lo esoso Pellegrino di Leuthen, il quale sgusciava loro di mano come un pesce per l’aque e scompariva improvisamente subito dopo il loro arrivo — li fece persuasi non essersi male apposto il gigante nelle sue conghietture e l’una e l’altra donna, quella per amore e questa per forza, trovarsi in possesso di Pierluigi Farnese.
Spicciate le faccende che il trattenevano a Piacenza, Pierluigi non istette gran che a ritornarsene al suo castello di Castro, mentre i nostri due amici si restituivano a Nepi, in compagnia sempre del loro fido Terremoto.
Durante il viaggio, e’ s’erano posti a’ fianchi del duca, per indagare se l’una, o l’altra delle sospirate due donne, secolui si trovasse; ma non approdarono che a riconoscere il contrario: Pierluigi era completamente solo, nè lo accompagnavano che il suo primo segretario e due o tre de’ suoi soliti capitani.
Comunque, tornava positivo che Bianca era stata vittima di lui, e che la fiera nepote dello abate di San Savino avea servito a dargliela in balìa.
Contro di lui, dunque, e contro di costei, giurarono i tre di compiere, quando se ne offrisse loro il destro, la più atroce delle vendette.
Ma il destro si fece sempre aspettare.
Per quanto studiassero, vigilassero, spiassero; mai arrivarono a saper più nulla nè di Olimpia, nè di Bianca.
Al momento, in cui Paolo III si destreggiava col Sacro Collegio per la elezione del figliuolo a duca di Piacenza e di Parma; eglino vennero spediti, da quest’ultimo, in Lombardia, onde preparargli il terreno presso que’ non pochi gentiluomini che — possedendo terre e castella al di qua e al di là del Po trovavansi, a un tempo, sudditi di Sua Maestà Cattolica e di Santa Madre Chiesa.