Per via, Terremoto s’imbattè in Gaspero Gozzelini e lo riconobbe: costui, — riconosciutolo a sua volta e memore del segnalato servigio che gli aveva reso a Busseto — lo invitò a seguirlo a Milano, dove lo avrebbe presentato al suo signore, novello governatore di quella città. I due capitani, che non ignoravano quale segreto livore il Gonzaga covasse in seno contro il Farnese, accettarono di buon grado eglino pure quell’invito e si lasciarono trarre sino alla metropoli lombarda, dove — tra don Ferrante, l’Anguissola e Neruccio — si strinse un patto, che doveva essere indissolubile di odio comune e di comune vendetta contro il preconizzato sire di Piacenza e di Parma.

Siccome lo abbiamo accennato, alle prime proposte che gli vennero fatte da’ Fieschi, Pierluigi prestò sollecito orecchio e — comunque in publico li sconfessasse e non negligesse arte veruna per darsi a credere sempre ligio allo imperatore e parziale dei Doria — promise loro soccorso d’uomini e quattrini e — fra quelli — spedì loro, infatti, i nostri due inseparabili, che — secondo il consueto — si tolsero seco il buon Arcangelo Rinolfo.

Ed ecco in quale guisa si trovavano a Genova.

Ma eglino avean giurato al Gonzaga di non fare mai più cosa al mondo se non fosse in odio e pregiudizio e scorno del loro scellerato signore, epperò — toccato a pena il suolo ligure e presentate le loro credenziali a Gianluigi Fieschi — di null’altro più si preoccuparono se non di indovinare i costui progetti e, possibilmente, di attraversarli e sventarli.

Solamente la decisione d’insorgere nella notte istessa del capo d’anno fu presa troppo repentinamente perchè avessero agio di controminarla. Dovettero, quindi, contentarsi, — a pena scoppiata e quando Giannettino Doria cadeva scannato dinanzi alla porta della città — di correre a briglia sciolta alle case del vecchio principe, avertirlo del pericolo e provedere alla sua fuga ed alla sua salvezza.

Erano, per altro, giunti troppo tardi: la malaugurata impresa de’ Fieschi riusciva già troppo completamente, perchè lo scampo di quel nobile vegliardo potesse omai ispirar loro la più piccola speranza.

Le porte di San Tommaso e dell’Arco e quasi tutte le galee di Andrea Doria trovavansi già in mano dei rivoltosi. Non rimaneva più a costoro da prendere chè la nave capitana per intuonare securi l’inno della vittoria, e verso di quella inoltravasi tutto radioso in volto lo stesso Gianluigi Fieschi su di un leggero canotto spinto a volo dalle robuste braccia di sei rematori.

Al fianco di Gianluigi — che, tutto in arme da capo a piedi, stava ritto su l’agile barca, con le braccia incrociate e gli occhi cupidamente intesi verso la meta della notturna ed audace sua spedizione — tenevasi un uomo dalle atletiche forme, che — per contro — affisava lui in modo, non cupido, ma feroce.

Era Terremoto.

Gianluigi — vistolo a pena in compagnia delle genti, che gli aveva mandato in soccorso il duca di Piacenza, s’era affrettato a sceglierlo come suo valletto e particolare scudiero, per affidargli, diceva, certa speciali fatiche che solo la di lui erculea struttura e forza fenomenale avrebbero potuto sostenere.