Di fatto, lungo tutto il fondo del canotto, stavano accatastate varie grosse tavole d’abete che — una volta toccato della prora il fianco della galea — doveano venir lanciate tra quello e questa, onde insieme congiungerli, per montare all’arrembaggio.

E di siffatto lavoro l’incarico incumbeva a Terremoto.

Ai lati ed in coda del canotto, che portava il capo della fazione fiesca, venivano altre maggiori e minori barche, cariche tutte d’uomini armati, i quali — una volta che il gigante avesse adempiuto al còmpito suo — sarebbersi dovuti lanciare dietro il loro duce all’arrembaggio trucidando ed imprigionando le genti della nave capitana di Andrea Doria.

Sul ponte di questa stavano galeotti e soldati, in armi essi pure, ma forse più per mostra che per vero intendimento di oppor resistenza, disanimati com’erano dal vedere l’altre diecinove loro galee già in possesso de’ Fieschi.

E il capo di costoro, sempre ritto, immobile su la veloce sua barca, con le braccia conserte, gli occhi acutamente fisi, procedeva rapido quanto l’alcione, che sfiori le aque delle possenti sue ali.

Scorsero pochi minuti: la prua del canotto, i cui rematori aveano smesso i remi per dar di piglio a scuri e coltellacci d’arrembaggio, urtava blandemente contro il babordo della galea capitana, quando Gianluigi Fieschi, uscendo dalla sua contemplativa immobilità, si volse a Terremoto e:

— Da bravo! — gli gridò — mano alle tavole e presto!

— Subito! — rispose il gigante.

E si curvò un tratto, come per raccogliere la prima delle assi d’abete, che giacevano in fondo alla barca, ma, invece — spingendosi inanzi con l’impeto d’un montone infuriato — agguantò per gli stinchi il malcapitato Fieschi e — sollevatolo quant’era alta la sua propria persona — lo scaraventò lontano nel mare.

Il misero Gianluigi ricadde a capofitto tra l’aque; affondò, nè più ricomparve.