Forse, in altra occasione, avrebbe potuto salvarsi a nuoto; ma coperto com’era di ferro dalla radice de’ capelli alle piante de’ piedi, non gli fu possibile tentare un moto e dovette morire in su l’atto annegato come un cane.
Tutto ciò — com’è facile imaginarsi — avvenne nel fuggiasco volgere di un attimo.
Per altro, i rematori del canotto, testimoni della orribile scena — comprendendo subito di quale audace attentato fosse vittime la loro fazione — si scagliarono con le scuri ed i coltelli levati su Terremoto, gridando a squarciagola:
— Tradimento! tradimento!
Ma Terremoto era parato a quell’attacco: sferrando le formidabili sue mani chiuse contro i primi due, che gli turbinarono addosso, li abbattè d’un colpo, come bovi martellati su la fronte dal mazzapicchio del beccaio; indi si gettò a mare ed — abile nuotatore quale era — si mise, in poche bracciate, a considerevole distanza da proprî avversarî.
La notte favorì la sua fuga.
Seguitando a nuotare tra galea e galea, uscì dalla Darsena e si diresse al lito, su cui non tardò guari a metter piede.
Il grido mandato da’ canottieri, al momento in cui Gianluigi precipitava nell’aque, avea posto lo scompiglio su tutti quanti i navigli, che si trovavano in porto: i partigiani de’ Fieschi s’erano sentiti mancare il core; quelli dei Doria, per contro, avevano ripreso coraggio: su ciascuna delle galee impegnavasi una lotta corpo a corpo; i vincitori di pochi momenti prima, demoralizzati, infiacchiti, vinti da un panico misterioso, cedevano in breve la palma della male assodata vittoria: sgombravano le navi conquistate, riguadagnavano i loro legni e si davano rapidamente alla fuga. La voce del disastro correva intanto con la rapidità dello elettrico per tutta la città: i faziosi s’ascondevano tremebondi nelle loro case; quei venuti da fuori pigliavano ratti la strada de’ campi e ricovravano alle loro castella, d’onde tentare una velleità di resistenza; del numero i due fratelli dell’estinto Gianluigi.
L’ottuagenario Andrea Doria ritornò dalla Masone all’avito suo palazzo ed, afflitto sempre per la morte del nepote, ma racconsolato dal sapere la patria scampata al pericolo grave di cui la minacciavano i ribelli, si consacrò, con ogni premura, a repristinare gli ordini allora allora da lui medesimo istituiti ed inviò truppe, in pari tempo, a battere le rôcche nelle quali i rimasugli di quelli s’erano rintanati.
Così — mercè l’ardita mano del nostro Rinolfo — ebbe fine il tumulto de’ Fieschi, ch’era stato a un pelo dal rovesciare la benemerita prevalenza di casa Doria e dare la patria in balìa del partito democratico e della Francia, a detrimento de’ novelli gentiluomini e dell’autorità imperiale.