Il ghibellinismo trasformato, ma pur sempre vivo, tornava a trionfare e, coi Fieschi, anche Pierluigi Farnese subiva il suo bravo tracollo.

Rinstaurate le cose, Terremoto che non aveva nessun rischio a correre mostrandosi alla chiara luce del sole, fruga di qua, fruga di là, giunse finalmente a raccapezzare i suoi due signori e compagni, e con essi riprese la via pe’ monti che dividono il genovesato dal piacentino. Senonchè, lungo la strada — considerando come altri dei loro li avessero preceduti nel ritorno e reso però conto al Farnese del modo in cui erano ite le faccende — decisero di sviarsi alquanto per dare una corsa a Milano ed ivi istruire del vero accaduto monsignor Ferrante Gonzaga e secolui prendere nuove intelligenze.

Solo — in questa occasione — il conte e Neruccio pensarono non pigliar secoloro Terremoto e lasciarlo proceder solo per Piacenza, affinchè ivi potesse scandagliare lo stato delle cose ed informarli poi quando vi fossero giunti alla loro volta.

Fine della quarta parte.

PARTE QUINTA. P. L. A. C.

Capitolo LII. I prigionieri.

Su la soglia di quel medesimo e misero tugurio della Chiappa, a’ piedi di monte Osèro, dove già scorreva una vita tranquilla e modestamente lieta la famigliuola dei Rinolfo e che, da lungo — dopo la morte del vecchio Luca — trovavasi muta, diserta, spalancata a’ quattro venti e dominio de’ topi e delle lucertole; teneasi adesso in atto sospettoso e quasi in vedetta il protagonista di questa nostra istoria.

Il verno era in tutto il suo stridore; le circostanti campagne e massime i colli ed i monti, coperti interamente da un altissimo strato di neve, biancheggiavano al raggio della luna, spandendo tutto intorno un luciore vivo insieme e melanconico, su cui spiccavano nere e taglienti le ombre pesanti della notte.

Non percepivasi suono il più lieve per quanto s’acuisse l’udito; la terra pareva una sterminata necropoli, in cui tutto fosse morto; gli uomini come gli animali, gli alberi come le erbe.

Solo — di tratto in tratto — uno squillo lontano, lontano, flebile come il sospiro ultimo di un moriente, fendeva l’aria diacciata e andava a perdersi per le convalli, ripercosso in vibrazioni infinitesimali, che pareano il tremolìo di un’arpa, toccata non dalla mano dell’uomo, ma dal soffio di tramontana.