Il Trentacoste, che — visto cader Terremoto — ritornava in quel medesimo istante alla riscossa, lo passò fuor fuora col proprio spadone.

Il misero navalestro stramazzò a sua volta tra i legni ed i ferri, che già sbarravano la porta e — portandosi le mani al seno trafitto:

— E il còfano!... il còfano!... — sospirò.

— Quale còfano? — gli chiese il Bombaglino, che dopo essersi assecurato con un calcio che il gigante era ben morto per davvero — sovraggiungeva tutto esultante.

— Il còfano — tornò a gemere Stefanaccio — quello.... della Torre Farnese.... oh! oh!...

E la voce gli si spense in un vomito di sangue.

I due capitani passarono sovra il suo corpo, seguiti da’ pochi satelliti che i colpi di Terremoto aveano risparmiato, e s’inoltrarono nello interno della casuccia.

Bianca della Staffa, pallida come una statua, tremante come una canna, sempre assisa su l’umile suo scanno, sempre con la sua bambina tra le braccia; li stava, per così dire, aspettando, come la vittima aspetta il carnefice, che dee tradurla allo estremo supplizio.

I due fidi di Pierluigi se la tolsero in ispalla, la posero in sella d’uno de’ loro corridori e — lasciati i loro uomini a curare i compagni feriti e a dar sepoltura ai morti — si rimisero di galoppo su la via di Piacenza.

CAPITOLO LVIII. Il fine di Pierluigi Farnese.