La lotta durò per qualche tempo, durò — vale dire — sino a tanto che Stefanaccio ebbe un oggetto da consegnare a Terremoto. — Ogni novo proiettile, che rovinava su gli assedianti, spaccando a questo la testa, a quello schiacciando un occhio od il naso e molti mettendone però fuori di combattimento; causava loro momenti di confusione, di scompiglio, d’incertezza e li sforzava a tante successive remissioni de’ loro tentativi, dimanieracchè il complesso di questi mai poteva approdare a nissun resultato.

Ma quando Stefanaccio — pur rifrugando e rovistando ogni più riposto e recondito canto della casa — si fu avveduto che essa nulla più racchiudeva, allo infuori del modesto scanno, su cui teneasi accoccolata Bianca, con in braccia la sua bambina; — quando Terremoto dovette, di conseguenza, smettere dal mitragliare e tenere a stecco i proprî nimici; — questi, che non duravano fatica molta a indovinare il motivo di tale desistenza dalle ostilità, rimbaldanzirono di rimpatto e — con sempre maggiore accanimento — si gittarono tutti — meno due rimasi a guardia del posteriore della casa — a tempestarne la porta. — La porta — solidamente affortificata e puntellata nello interno — opponeva loro una seria resistenza. Ma l’impeto loro faceasi così forte e continuo, ch’essa molto a lungo non avrebbe potuto durarla. — Già, infatti, barellava su i cardini e — cigolando con malauguroso lamentìo — pareva essere giunta allo stremo delle proprie forze. Il chiavistello schiodato, la toppa smurata, sbalzavano sul pavimento; una parte della imposta si frangeva piuttosto che cedere e volava in ischegge; un urto ancora e il varco sarebbe stato dischiuso.

Stando inoperoso, acciapinato e pencolante dalla grondaia, Terremoto — se non vedeva od udiva — intuiva tutto ciò. — Il pensiero che — tra poco volgere di minuti — quella bulima di manigoldi avrebbe irrotto entro la sua povera casa, per impadronirsi e trarre nuovamente prigione la sua giovane ed amata signora; gli mise per tutto il corpo un fremito di sublime disperazione, quello istesso, che dee provare il suicida, quando — dal sommo della eminenza o della sponda del fiume — misura la sterminata altezza, o la profondità delle aque, per cui od entro cui sta per gittarsi a volo, onde spegnere anzitempo il corso dei travagliati suoi giorni. Gli parve che lo spettro del vecchio Giovanni il Grosso gli sorgesse inanzi mutilo scuoiato, lurido, come già n’avea visto l’osceno cadavere penzolo dalla croce presso le rive del Barbarone, a rimbrottargli la sua inazione, la sua vigliaccheria. Un sentimento, che avea quasi del rimorso, lo addentò al cuore e lo fece drizzar stecchito sul tetto, come se uno scatto lo avesse sospinto su di repente. In quel punto, i farnesiani davano l’ultimo cozzo alla porta, che, sfasciandosi, si spalancava: e in quel medesimo punto, Terremoto — dato nuovamente di pugno al suo archibugio — si lanciava giù a pie’ giunti sovra di loro, schiacciandone, massacrandone altri due col proprio peso.

La caduta impensata di quel vivente proiettile spaurì siffattamente i cinque o sei uomini, che soli si trovavano ancora a far forza dinanzi alla porta, da costringerli a rinculare in disordine, — Terremoto — che, nel cadere, aveva saputo mantenersi eretto — profittò di quel primo moto regressivo, per impugnare il moschetto a due mani nell’estremità della canna e girarlo intorno vertiginoso, percotendoli sconciamente del calcio. Così ad uno spaccò il cranio d’un colpo, a un altro lacerò in orrido modo la faccia. Quattro soli nimici gli restavano di fronte: il Trentacoste, il Bombaglino, che digrignava i denti e bestemmiava come un ossesso, memore tuttora delle botte cieche, che quel medesimo avversario gli aveva inflitto all’osteria della Magione, presso il Trasimeno, e due semplici scherani. Altri due tenevansi sempre a custodia della parte posteriore del casolare. I restanti della geldra o erano morti, o si trascinavano boccheggianti su la neve, contorcendosi fra spasimi atroci, o rantolando nell’agonia. Quattro soli nemici! Terremoto reputavasi già certo della vittoria e — roteando sempre il formidabile archibugio — s’avanzava minaccioso sopra di loro, omai securo di sterminarli.

In quella, il Bombaglino — che, al repentino assalto del gigante, era stato il primo ad indietreggiare ed a farglisi più d’ogni altro discosto — si trasse di cintola un pistolettone, lo prese alla meglio di mira tra lo incerto bagliore delle nevi e ne fece scattar la rotella.

Colpito proprio nel mezzo del petto, Terremoto mandò un urlo disperato, si rigirò su i talloni e traboccò a terra boccone, mormorando:

— Ah, l’inverno! — l’inverno!

Era morto!...

La predizione di Gerolamo Cardano s’era avverata.

Stefanaccio che — da stare dentro la casa — non poteva nè sapere, nè imaginare cosa accadesse al di fuori — trattovi da stimolo d’irresistibile curiosità — osò, in quel punto, affacciarsi e sporgersi inanzi dalla porta scardinata. Non lo avesse mai fatto.