Trentacoste picchiò alla porta sbarrata.
Nessuno rispose.
Tornò a picchiare.
Uguale silenzio.
— Ah, ah! — disse allora — vônno fare i sordi? ebbene, ragazzi miei, introniamo loro le orecchie con un linguaggio più persuasivo.... gittiamo a terra la porta.
E — col calcio del moschetto — cominciò ad arietarla tremendamente, mentre quattro o cinque de’ suoi, che gli si erano aggroppati intorno, facevano altrettanto.
A quell’attacco, risposero tre o quattro colpi di fuoco e due di loro, mortalmente feriti, dovettero ritirarsi dalla impresa. I colpi partivano dall’alto del tetto, dove Terremoto erasi inerpicato col suo grosso archibugio.
Ma non era provisto di munizioni. Fece altri cinque o sei colpi, bucò la pelle ad altri due o tre de’ suoi persecutori; poi dovette gittare l’arma come uno inutile peso.
Gli armigeri farnesiani — sgomentiti al principio di quella improvisa aggressione — ritornarono ad assalire la porta ed anche con maggior furia di prima.
Terremoto era salito sul tetto, perchè il casolare non avea finestre, da cui poterli offendere e tener lontani. Da stare lassù ordinò a Stefanaccio che gli passasse per l’abbaino i pochi mobili e le poche suppellettili e masserizie, che si trovavano nella casa, e si dètte a scaraventar loro su la testa tutti quanti i diversi oggetti che questi, man mano, gli rimetteva. Erano frammenti di panche e di sedie, arpioni e cunei di ferro, accette e penniti, orci ed orciuoli, ch’egli lanciava a dovere, mirando e colpendo giusto, poichè il piano nevoso, su cui coloro spiccavano stipati dinanzi alla porta gli permettesse benissimo di distinguergli ad uno ad uno, il che essi non poteano fare di lui, che si perdeva, per così dire, tra l’ombre pesanti del cielo grigiastro.