Ma ritorniamo all’Affò.
«Il conte Giovanni, che seguito egli pur l’aveva nel giro della mattina, fermossi nell’anticamera, quasi in atto di volersi trattener ragionando col Duca, poichè avesse pranzato, e gli altri tutti dell’accompagnamento sbandati, e dispersi andarono pei fotti loro. Anche un buon numero di cortigiani mancava in quel dì, o partissi allora di corte dietro al segretario Apollonio Filareto, che per occasione di certe nozze dava di fuori un solenne banchetto. Sicchè non rimanevano che alquanti Lanzi alla sala, i quali deposte le armi attendevano a ragionare, e giuocare, e le guardie della porta, e del ponte a tutt’altro attente che a badare a chi entrava, ed usciva. Il conte con aria d’uomo spensierato guatava da’ balconi risguardanti la piazza della cittadella, quando venissero i compagni. Ed ecco giugnere il Confalonieri con alquanti del suo seguito, che montate le scale unironsi a ragionare con quei soldati che le guardavano. Di poi entrarono con altre persone Alessandro e Camillo Pallavicini, che a guisa d’uomini di varie faccende parlanti fermatisi abbasso, ed aggirandosi nel cortile stavano attenti all’arrivo di Agostino Landi; il qual poichè venne, e ritiratosi in un salone terreno diè segno con un tiro di pistolla, esser venuto il momento di far faccenda, sorse per tutta la cittadella un feroce tumulto. Lanciatisi alcuni più forti, e risoluti alle catene del ponte, l’alzarono in un momento, ed occupate l’armi delle atterrite guardie a un tratto le sottomisero. Lo stesso fece nella sala il Confalonieri.»
Il conte Giovanni Anguissola colse il destro di quel momento di confusione e di trambusto, per penetrare con altri due, nella stanza del duca, il quale — al dire dell’autore delle Tre Congiure — trovavasi con Camillo Fogliani e col dottore in leggi Giulio Coppelato. Per quanto all’uno dei due compagni del conte, lo stesso autore dice: «Accompagnava l’Anguissola, Francesco Maria Anguissola.» Per quanto all’altro, ce lo indica il Rossi, nelle sue Storie Piacentine, con le parole: «Il conte Anguissola entrò con Giovanni Osca da Valènza (vale dire: il nostro Neruccio) che dètte il primo colpo, e un altro.»
Fu, dunque, il nostro Neruccio — siccome colui, che, più d’ogni altro, sentivasi animato da odio acerrimo e profondo — quello, che si avventò pel primo su Pierluigi Farnese e lo trafisse d’una pugnalata. Allo infelice suo zio, al moriente Cosimo Gheri, vescovo di Fano; egli aveva quasi promesso di perdonare; ma non lo aveva ugualmente promesso alla tradita sua Bianca: con quel colpo, e’ vendicava, ad un tempo, e l’amante e il congiunto.
I due Anguissola seguirono il suo esempio e, con altre due pugnalate, stesero morto il Farnese.
Egli erasi drizzato a stento d’in su la sedia, che sosteneva le attrappite sua membra e — come Cesare alla vista di Bruto — aveva sclamato, scorgendo, l’Anguissola:
— Voi.... signor conte?
Ma non gli ressero le forze a dir altro; s’accasciò su la persona e ricadde cadavere a terra.
Facciamo parlare di nuovo il buon biografo bussetano.
«Udendosi un tanto sconvolgimento da’ cittadini si alzò ben tosto rumore. Alessandro da Terni venne con mille fanti sulla piazza, e dall’incerta plebe gridavasi = Duca! Duca! = I congiurati a chiarir il popolo, che il duca non v’era più, ne appesero fuori d’una finestra l’insanguinato cadavere, indicando d’aver tolto dal mondo un tiranno, e liberata la patria dall’oppressione. Nè per questo acchetandosi il tumulto, forse perchè non credevasi, che veramente quel fosse il corpo di Pierluigi, lasciato che l’ebbero penzoloni per alcuni momenti, precipitaronlo nella sottoposta fossa, onde in quelle sfigurate sembianze ravvisassero i cittadini, essere estinto colui, che chiamavano. Intanto Girolamo Pallavicino da Scipione, che aveva il segreto della congiura, girando per la città, e promettendo al popolo giorni in avvenir più tranquilli, fece non solo che ognuno si ritirasse, ma eziandio che una gran parte si disponesse alla difesa della libertà. Armata quindi la cittadella coll’artiglieria si diè segno co’ spari della medesima alle vicine città di Lodi, e di Cremona, esser il colpo già fatto, onde Girolamo Pallavicino di Busseto, il quale era governatore in Lodi, subito mandò la novella a Don Ferrante in Milano....