«Ma per dir le cose occorse la stessa giornata in Piacenza, osserveremo, che in quel primo tumulto volendosi il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città tener fedeli alla Chiesa, scrissero dolentissime lettere al Papa, ed al Cardinal Farnese pubblicate dal Fontanini, e dal Poggiali, ove manifestando l’acerbo evento, protestavano essere la città innocente, e voler perseverare nell’ubbidienza consueta. Fecero poi quanto poterono affin di tener vivo il partito farnesiano, ma con assai poco successo perchè prevalendo il favore de’ congiurati, e facendosi già creder vicine l’armi spagnuole, lo stesso Alessandro da Terni si ritirò nel castello, e lasciò di opporsi ad una piena; che non avrebbe potuto affrontare.

«Aveano saputo i congiurati impadronirsi d’una porta della città: però spogliata ch’ebbero, e saccheggiata delle cose più preziose la cittadella uscì l’Anguissola accompagnato dal Confalonieri, e da lui poscia dividendosi, e lasciandolo a guardia di dètta porta, recossi, come si crede, a Lodi ad incontrar il Gonzaga. Giaceva intanto inonorato, e vilipeso il cadavere del Duca in quella fossa con alcuni altri rimasti morti nel conflitto: del che prendendo compassione Barnaba del Pozzo dottor di leggi, e Prior del comune, andò con servitori suoi a levarlo, e fattolo portare nella vicina chiesa di S. Maria degli Speroni, detta di S. Fermo, ve lo fece tenere a porte chiuse tutta la notte, e la mattina seguente collocatolo in una cassa di legno, diedegli sepoltura.

«Radunato la stessa mattina, che era giorno di domenica, il popolo nella chiesa di S. Francesco per ordine degli altri congiurati, apparvero eglino a giustificarsi pubblicamente, e a protestare, che per solo amor della patria avevano posto a sì manifesto pericolo la vita loro. Fu il conte Agostino Landi, che arringò, e propose esser necessario di darsi sotto protezione di qualche gran potentato, per la difesa comune, escludendo però il Papa come di Casa Farnese, la Francia come troppo lontana, e lodando il collegarsi coll’Imperatore signor tanto potente, e vicino. Il tutto fu conchiuso in questa maniera, che il popolo ad essi, ed al conte Giovanni diede ampia autorità di capitolare con quella potenza, che loro fosse paruta più propizia, e meno dannosa alla città.

«Poco dopo giunsero milizie condotte da Alvaro di Luna, castellano di Cremona, ed altre ne arrivarono da Lodi, che introdotte dal Confalonieri per la porta da esso lui custodita si distribuirono in varj posti della città. Don Ferrante giunto da Milano a Lodi, non solo fu ivi incontrato dall’Anguissola, ma da altri malcontenti piacentini, già dal Farnese esiliati, tra’ quali qui si trovarono specialmente Girolamo Pallavicini da Cortemaggiore, ed Oliviero dalla Casabianca, cui avea posto il Farnese gravissima taglia; e da questi, e da molti signori accompagnato cavalcò a’ 12 verso Piacenza, ove assai bene accolto dai cittadini fece l’entrata. La prima delle sue cure fu di chieder conto del cadavere del Duca, e avendo inteso come fosse stato sì poco nobilmente sepolto, lo fece disotterrare, e visitato che fu, coll’intervento ancora di Girolamo e d’Oliviero già mentovati, i quali in quelle lacere spoglie trovar dovettero compiacimento della tanto desiderata vendetta, ordinò, che riposto in altra cassa chiusa, e munita del suo proprio sigillo, e di convenienti arredi coperta si trasferisse alla chiesa della Madonna allora de’ minori osservanti, e oggi de’ riformati.»

E.... parce sepulto!

EPILOGO.

E Pellegrino di Leuthen?..

Il maliziuto tedesco, non così fiutò il poco respirabile aere, che per lui si faceva in Piacenza, e vide la mala piega che pigliavano le faccende di casa Farnese, se la svignò alla chetichella e viaggiò diviato per alla volta di Roma, dove recò al pontefice la sconsolante novella. Intesa l’atroce morte del figlio, tardi conobbe il vecchio Paolo III di averlo amato troppo e troppo secondato coloro che incitato lo avevano ad ingrandirne sempre più la potenza e i possessi. Allora — come ha lasciato scritto monsignor Girolamo de’ Rossi — «si cacciò dinanzi il Gambara, et non lo volle mai più vedere, come quello che era stato autor di tanto male et per la Chiesa, et per la casa Farnese, a tal ch’egli (il Gambara) se ne andò a casa sua tanto sconsolato che in pochi giorni miseramente se ne morì, dicendo altro: Io insegnai bene al Papa et a P. Aluisi come dovevano fare per aver Piacenza et Parma, ma non gl’insegnai già che non vivesse da principe, e senza guardia come faceva».

Nè a ciò arrestossi il furore del Sommo Gerarca Cattolico. In pubblico concistoro uscì a dire: «Di Pietro Luigi Farnese Duca di Parma e Piacenza io Alessandro padre di lui, come padre non piglierò mai vendetta per tempo alcuno, ma sibbene come Paolo III Pont. Mass. e capo della Chiesa, di Pietro Luigi figlio, e Confaloniero di Santa Chiesa farò io vendetta a tutto mio potere, sebbene mi credessi andar al martirio come molti altri».

Senonchè anche i papi propongono, ma chi dispone è spesso quel Domeneddio, di cui si dicono vicari.