L’anno dopo tentò ben egli stringersi in lega con Enrico II di Francia contro Carlo V di Spagna, per forzarlo alla restituzione di Piacenza; ma nell’anno successivo, còlto da gagliarda febre su le prime ore del giorno 10 novembre, verso l’imbrunire del giorno stesso, cessò di vivere nella rispettabile età d’oltre ad ottantadue anni.
Lo scaltro tedesco lo servì sempre nel duplice uficio d’indagatore ed intracciatore di preziosi cimelî e di preziosi segreti, vale a dire: d’antiquario e di spia. È a lui che si dènno le prime escursioni e scoperte metallurgiche nei monti del piacentino, percorrendo i quali a quando a quando «potè accorgersi che il nostro suolo raccoglie nelle viscere, non che ferro e rame, ma anche oro ed argento» sicchè più volte avrà dovuto sclamare, col poeta delle Georgiche:
«Suolo felice, che
.......... argenti rivos, ærirque metallos
Ostendit venis, atque auro plurimia fluxit!
Morto il papa, Pellegrino volle pur continuare parimente nelle sue antiche funzioni; ma — come ne ha scritto il chiaro archivista Amadio Ronchini — era travagliato spesso dalla podagra e affralito da altri malanni, che indi a poco ne spensero la vita, non sappiam bene se in Bologna od in Modena.»
E il còfano dell’abate di San Savino?
Dopo il conte Giovanni Camia, Stefanaccio e Terrremoto n’avean recato il segreto sotterra. Anche donna Costanza Farnese di Santafiora, che di quel còfano teneva la chiave era premorta due anni inanzi. Nessuno però ne sapeva più nulla.
Ma ciò che nessuno avrebbe più avuto ragione di imprendere, lo fece casualmente il furor popolare.
Caduto a pena l’esoso Pierluigi sotto il ferro de’ congiurati, varî del popolo uscirono dalla città ed — unitisi a moltissimi della campagna — trassero in quello di Borgo San Bernardino, sino alla Torre Farnese — odiato covo de’ gabellieri farnesiani, da cui procedevano tutti i balzelli, le taglie e le angarie — e la diroccarono dalle fondamenta.