Nel menarla a sacco, nello scassinarne le costruzioni, qualcuno smosse la famosa pietra riquadra di cui il morituro Giovanni il Grosso avea dato le precise indicazioni al navichiero della Nure e sotto la quale giaceva appunto il prezioso còfano di legno di sandalo borchiellato, a lui rimesso morendo dall’abate Marazzani di San Savino.
Chi primo lo scorse se ne impadronì, ma altri sopravennero a contenderglielo ed impegnarono con quello un litigio; conchiusione del quale si fu che — mancando la chiave e dovendosi ripartire il contenuto del còfano tra quanti avean partecipato alla demolizione della torre — lo si avesse ad aprire con la violenza anche a costo di mandarlo in ischeggie: l’importante era vedere e toccar con mano ciò che chiudesse nel corpo.
Ma — forzatane la serratura con la punta di uno stilo — rimasero amaramente delusi: esso non conteneva chè una ciocca di capelli bruni ed un grosso piego di pergamene e di carte scritte.
Imprecando, bestemmiando, taluno si studiò di deciferare quest’ultime; ma non potè riuscirvi, perchè scritte in latino ed anco assai male. Solo, quinci e quindi, gli parve rilevare il nome della famiglia Anguissola, misto a quello de’ Marazzani e de’ Sforza di Santafiora. Altri opinarono perciò fosse buon consiglio il recare il tutto al conte Giovanni, che — se mai vi trovasse alcunchè di confacente a’ suoi interessi — non avrebbe mancato di compensarli.
E così fecero.
Il conte Giovanni Anguissola, ch’era appunto reduce da Lodi, gittati a pena gli occhi su quelle scritture, riconobbe che, in qualche modo, lo risguardavano. Laonde fece pagar loro qualche ducato di oro e se le tenne. Scorrendole poscia a suo agio, apprese da esse un segreto che, più volte, gli fece correre un sudor freddo lungo la spina dorsale. Quell’Olimpia, ch’egli aveva tanto amato; quell’Olimpia, per cui avea concepito tant’odio contro il Farnese; quell’Olimpia, che si era sempre e quasi prodigiosamente sottratta a’ suoi amplessi, a’ suoi baci; non era già la nipote, o — com’altri volevano — l’amante dell’abate di San Savino; ma sibbene una figlia adulterina del defunto Bosio Sforza di Santafiora e della istessa contessa Anguissola, sua madre; Olimpia era però sua sorella. Quelle carte ne contenevano le prove.
Il misto di attaccamento insieme e di repugnanza, ch’ella gli aveva sempre dimostrato, potevasi, quindi, spiegare come una mistica voce del sangue.
Ma dov’era Olimpia?...
Neruccio non ebbe il core di palesargliene il misero fine, ned egli lo seppe mai.
E Bianca della Staffa?...