Al momento istesso, in coi Neruccio ed i due Anguissola trafiggevano Pierluigi Farnese, il più de’ loro complici, cui s’erano aggiunti anche molti individui del popolo, si sparsero con l’arme in pugno, per ogni più riposto ambiente della cittadella, impadronendosi delle più preziose suppellettili; liberando i prigioni, che gemeano in carcere; tutto mettendo a soqquadro.
Alcuni popolani, teneri delle gemme e delle coppe di oro e di argento, assai più chè della emancipazione de’ carcerati; si lanciarono nella parte più nobile del quartiere ducale e via — di stanza in stanza — giunsero dinanzi un uscio serrato, di là del quale credettero udire una voce. Con le piccozze, le partigiane e l’accette, ond’erano armati, abbatterono in un istante quell’uscio e procedettero inanzi; ma una giovine donna signorilmente abbigliata, pallida in volto come un cadavere, coi capegli irti in capo pel terrore, si oppose risolutamente al loro passaggio, respingendoli con tutte le sue forze e gridando disperatamente:
— No, no, scellerati.... no.... piuttosto morire!
Quella giovane donna era la misera Bianca.
Ella si conteneva in tal guisa, a cagione di un tremendo diverbio, che avea avuto il dì inanzi col suo tiranno, carceriere e carnefice.
— Comprendo — le avea detto il Farnese — comprendo il perchè de’ tuoi eterni sospiri e delle uggiose tue reluttanze: è quella disgraziata bambina; ma ch’io ci perda il mio nome se non te la fo strappare dal fianco per affidarla alle aque del Po.
— Oh, no, monsignore — avea gemuto la meschina — voi non farete una sì orribile cosa!
— È il solo mezzo che mi resti a farti mansueta; da lungo mi gironzola per lo capo e, un dì o l’altro, stanne certa, lo metto ad esecuzione.
E la lasciò sotto il peso di tale atroce minaccia.
Ella credeva però che gli uomini armati, che avevano fatto violentemente irruzione nel suo ritiro, fossero gli sgherri del Farnese, incaricati da lui di trarre a fine quel suo crudele divisamento.