— Sì, sì — esclamarono arditamente taluni, facendosi inanzi — hai ragione! ben detto!
Erano que’ medesimi, ch’egli s’era avuto commilitoni in Piemonte, i quali — per la sua valentia ed il suo alto sapere — s’erano abituati a tenerlo in conto più di superiore chè di semplice compagno.
Avvalorato dalla loro adesione, egli si accingeva già a concionarli, per raffermarne sempre più i favorevoli intendimenti; quando il Monte Ochino, che più non sapeva frenarsi, spigliatosi dalle strette del capitano:
— Una rivolta? — gridò — a me! a me!.... diamo una buona lezione a cotesti marrani!
E gli rovinò addosso, brandendo ferocemente la spada, mentre gli sgherri fidati della sua famiglia s’avventavano alla cernite raccogliticce che s’erano pronunziate per lui.
Ne nacque un’altra orribile mischia.
I lupi divoravano i lupi.
Contro a Neruccio ed alla sua protetta, che si trovavano allo estremo del corridoio parallelo alle stanze di costei, si slanciarono — in uno col Monte Ochino — il capitano Villa, il da Ebbio ed il marchese di Cattaragna; ma fortunatamente per lui, l’angustia del luogo non permise loro di schierarsi tutti quattro su d’una fila: egli però non s’ebbe di fronte che i due primi, e — siccome soltanto il capitano portava una face e che i soldati, nell’arruffarsi, erano scesi tumultuariamente, dall’alto della scala, sin giù nel cortile — venne a trovarsi con Bianca quasi nascosto nella penombra.
Comprendendo di quanto maggiore vantaggio gli avrebbero potuto tornare le tenebre complete, assestò, senza indugio, un vigoroso manrovescio sul braccio sinistro del Villa; gli fece scappar di pugno la torcia e ne spense col piede la vampa.
La notte li avvolse.