[107]. Il doc. è nella Vaticana (Urb. 440) e fu esaminato anche dal Gfrôrer. Il fabbro-ferraio Giovanni Sagomino, insimul cum cunctis meis parentibus, ricorre al Doge Pietro Barbolano (1026-31), e poi al Doge Domenico Flabiabico (1032-43) contro il Castaldo dell'Arte, il quale voleva costringerlo a lavorare il ferro per le carceri, nell'atrio del Palazzo, e Sagornino sosteneva d'aver diritto, secondo le consuetudini, di prestare questo gratuito servizio lavorando il ferro a casa sua. Un regolare processo fu fatto, il ricorrente ebbe ragione, e poté lavorare il ferro nella sua officina. Tutto questo prova l'esistenza di ben determinate consuetudini tradizionali prima degli statuti dell'Arte (sec. XIII), i quali, se fossero allora esistiti, sarebbero stati qui ricordati.

Il documento citato, una volta dice, il Castaldo del Doge, un'altra, il Castaldo dei fabbri, perché infatti esso dirigeva l'Arte ed era nominato dal Doge, come si vede chiaro nel secolo XIII da una promissione ducale di Iacopo Tiepolo (6 marzo 1229), e da un'altra di Marco Morosini (13 giugno 1249). Cosí da un lato apparisce quanto diverso da quello di Firenze fosse l'ordinamento delle Arti in Venezia, e da un altro lato possiamo osservare quanto antico e quanto persistente fosse nei Comuni italiani il carattere generale delle istituzioni loro in genere, e delle Arti in ispecie. Le notizie date in questa e nella nota precedente, le dobbiamo al prof. Monticolo, dottissimo nella storia veneta, su cui sta facendo studi importanti, i quali speriamo che presto vedranno la luce. Intanto ci è grato rendergli qui pubbliche grazie. — Aggiungiamo ora che il prof. Monticolo ha già cominciato le sopra indicate pubblicazioni tra Le Fonti della Storia d'Italia, stampate dall'Istituto Storico Italiano.

[108]. Repetti, art. Gangalandi e Monte Orlando.

[109]. Dum in Dei nomine. Domina inclita Comitissa Matilda, Ducatrix, stante ea in obsedione Prati, etc. Anno 1107. V. Fiorentini, op. cit., lib. II, pag. 299. Villani, IV, 25 e 26; Hartwig, II, 45 e 47; Repetti art. Prato; Arch. Stor. It. Storie V., vol. V., disp. I, pag. 108 e seg. La narrazione del Villani è però piena di notizie fantastiche su Prato. La distruzione di Monte Orlando non è menzionata negli Annales I, che incominciano solo coll'anno 1110; ma è ricordata nel Cod. nap. ed in Tolomeo da Lucca.

[110]. Gli Annales fiorentini II, seguiti dal Villani, pongono semplicemente la distruzione del castello nel 1113, né dicono altro, perché la notizia che segue in essi è del 1135. Gli Annales florentini I tacciono al 1113, e pongono al 1114 la secunda et ultima destruccio murorum. Nel 1119 ricordano altri due assalti dati al castello, quem marchio Rempoctus defendebat: col secondo di essi i Fiorentini Monte Cascioli ignem (sic) consumpserunt. La successione di tre assalti a noi par chiara, e ogni altra disputa superflua.

[111]. Gli Annales I e II tacciono del fatto. Il Cod. nap. lo pone, come il Villani, all'anno 1117, dicendo senz'altro che i Pisani partirono per le Baleari, e «li Fiorentini guardaron la città di Pisa». (In Hartwig, II, 272). Lo stesso dice Tolomeo da Lucca, che però pone il fatto nel 1118, come fa pure il pseudo Brunetto Latini, il quale accenna al dono delle due colonne di porfido, «per cagione che li Fiorentini guardarono la loro terra, quando erano ad hoste», né aggiunge altro. Quanto all'errore di data, vogliam solo notare che il Capmany, nelle sue Memorias historicas sobra la marina.... de Barcelona. Vol. I, pag. 10, dopo aver narrato la impresa del 1113-15, dice che Raimondo Berengario III venne nel 1118 a Pisa ed a Genova, per promuovere un'altra spedizione. La ricordanza di ciò poté forse contribuire all'errore di data, che, una volta commesso, venne poi ripetuto da molti.

[112]. Il dott. Hartwig cita la notizia che ebbe dal dott. Wüstenfeld d'un diploma del 1114, da cui apparirebbe che anche i Fiorentini avessero preso parte alla spedizione, nel qual caso, egli osserva, le colonne sarebbero non un dono dei Pisani, ma parte della preda fatta in comune. Feci cercare il diploma nell'Archivio di Pisa, e lo ebbi dalla cortesia del prof. Lupi. Esso trovasi inserito in un altro, che ha la data: VI idus Augusti 1233, col quale il re Iacopo d'Aragona conferma ai Pisani i privilegi, che, col precedente diploma, Berengarius Barchinione gloriosissimus Comes Pisanis fecit. Questo piú antico diploma è riprodotto nel documento, ed ha la data: M. C. quarto decimo... septimo idus septembris, indictione sexta. Sebbene tra le parole decimo e septimo ve ne siano altre non poche, un tal modo di scrivere la data potrebbe aver dato un'altra occasione all'errore di quei cronisti che posero il fatto nel 1117.

Comunque sia però di queste ipotesi molto discutibili, è certo invece che i privilegi sono concessi populo pisano, e ne vengono investiti tre dei loro Consoli, che ricevono vice aliorum Consulum tociusque pisani populi, e questa concessione fu fatta, coram marchionibus, comitibus, principibus romanis, lucensibus, florentinis, senensibus, volterranis, pistoriensibus, longobardis, sardis et corsis, aliisque innumerabilibus gentibus, que in predicto exercitu aderant. Non fu dunque un'alleanza di città, ma fu il popolo pisano, cui si erano uniti molti nobili di altre parti d'Italia. Il cancelliere dei Consoli pisani redasse il diploma, presenti l'arcivescovo di Pisa, qui Dompni apostolici in predicto exercitu vicem gerebat, due vice-comiti e nove Consoli: di questi ultimi si dànno anche i nomi. Il diploma non fu mai pubblicato in Italia, e però l'Amari a cui ne mandai copia, e che molto se ne occupava pochi giorni prima di morire, voleva darlo alle stampe, sebbene avesse riscontrato che era stato pubblicato nella Spagna dal Moragues y Bover nelle note alla ediz. della Historia de Mallorca di Don Vincente Mut, stampata in Palma, 1841. Pochi giorni dopo avermi data questa notizia, venutagli di Spagna, il senatore Amari moriva improvvisamente a Firenze (luglio 1889).

[113]. Nei Documenti che illustrano la memoria di una monaca del secolo XIII (Arch. stor. it. Serie III, vol. 23), che sono dei primissimi del secolo XIII, e contengono deposizioni di testimoni, i quali alludono quasi sempre a fatti del secolo XII, si parla continuamente del monastero di Rosane e di chi defendit ipsum monasterium a Teutonicis (V. pag. 206, 391-2, ed altrove).

[114]. Gli Annales I parlano di due incendi (1115 e 1117), che arsero tutta la terra; il Cod. nap. parla solo del secondo. Thomas Tuscus, che scriveva circa il 1279, in Firenze, parla d'ambedue gl'incendi ne' suoi Gesta Imperatorum et Pontificum, attribuendo a ciò la distruzione di molte croniche, che supponeva dovessero essere esistite, e che probabilmente non esistettero mai. Il Villani lo seguí in questa ipotesi, non sapendosi neppur egli persuadere, che il Comune non avesse storici piú antichi.