[289]. «Quasi spenta del tutto o almeno invecchiata quell'antica cittadinanza, s'incominciava a veder sorgere, quasi in una nuova città, un'altra propagine di genti». Ammirato, Storie.
[290]. Ecco in che modo s'esprime il Villani (Lib. VII, cap. 16): «Fatti Dodici buoni uomini, a modo che anticamente faceano gli Anziani, che reggeano la Repubblica, si riformarono il Consiglio di Cento Buoni Uomini di popolo, sanza la deliberazione de' quali, nulla grande cosa né spesa si potea fare; e poiché per quello Consiglio si vincesse, andava a partito, a pallottole, al Consiglio delle Capitudini dell'Arti maggiori e a quello della Credenza, ch'erano ottanta. Questi Consiglieri, che col Generale erano trecento, erano tutti popolani e guelfi. Poi vinti ai detti Consigli, convenía il dí seguente le medesime proposte rimettere al Consiglio della Podestà, ch'era il primo di 90 uomini grandi e popolani, e con loro ancora le Capitudini dell'Arti, e poi il Consiglio Generale, ch'erano 300 uomini d'ogni condizione. E questi si chiamavano i Consigli opportuni, ecc.». Queste notizie, come ognuno vede, sono assai oscure; ma gli altri cronisti sono ancora piú confusi, e non se ne trovano due che fra loro vadano precisamente d'accordo. Il Malespini dice assai meno e piú oscuramente del Villani, che esso copia, e Marchionne di Coppo Stefani (Lib. II, rub. 140) dice, che, vinto il partito fra i 12 Buoni Uomini, «si ragunavano le Capitudini delle sette maggiori Arti, ed eravi un officio de' Consiglieri, che si chiamavano quegli della Credenza Ottanta, e trenta Buoni Uomini per Sesto, tutti erano guelfi o popolani; sicché in numero erano trecento, e quello era il Consiglio Generale chiamato. E vinto in questo Consiglio, s'avea a vincere in quel del Podestà un altro dí seguente, nel qual Consiglio, erano popolani e Grandi mescolati, cioè dieci per Sesto popolani e dieci Grandi, ed ancora le Capitudini». E il Machiavelli dice che crearono «un Consiglio di ottanta cittadini, il quale chiamavano la Credenza; dopo questo erano i popolani, trenta per Sesto, i quali con la Credenza e i dodici Buoni Uomini, si chiamavano il Consiglio di 120 cittadini popolani e nobili, per il quale si dava perfezione a tutte le cose negli altri Consigli deliberate, e con quello distribuivano gli uffici della Repubblica». (Storie, Lib. II). E cosí, per quanti se ne possano riscontrare, si troveranno tutti fra loro discordi, il che nasce, in parte dall'essere stati quei Consigli sottoposti a varie mutazioni, e però ognuno li descriveva, piú o meno, come erano ai suoi tempi; in parte dalla poca cura che gli antichi cronisti ponevano nel raccogliere questi particolari.
Volendo però venire ad una qualche certa conclusione, noi prendemmo per punto di partenza il Villani, come quello che fra i piú antichi ha maggior riputazione e piú s'avvicina al tempo che descrive. E considerando bene le sue parole, si vedrà, che i Consigli debbono distinguersi in quelli propri dei Dodici, del Capitano e del Podestà. Se poi riscontriamo nell'Archivio di Stato le Consulte o il primo volume delle Provvisioni, che incominciano alcuni anni dopo la riforma di cui discorriamo, troveremo che ora si raduna il Consiglio dei 100; ora il Consiglio speciale del Capitano, ed il Consiglio generale e speciale dello stesso; ora il Consiglio speciale chiamato anche Consiglio dei 90 del Podestà, ed il Consiglio speciale e generale di 390 (300 + 90). E di questi quattro ultimi Consigli si trova che generalmente facevano parte le sette Capitudini delle Arti maggiori, le quali coll'andar del tempo crebbero di numero, e qualche volta venivano radunate ancora come un Consiglio separato. Guardando poi al numero dei voti nelle deliberazioni dei Consigli, si trovano abbastanza chiaramente confermate le notizie che dà il Villani. La votazione nei Consigli speciali facevasi colle palle bianche e nere, notandosene il numero; nei generali facevasi allora solo per alzata e seduta, e non si soleva scrivere il numero de' voti. In tutte queste cose regnava però un certo arbitrio, spesso dandosi ai magistrati facoltà di deliberare con quelli Consigli che credono.
Nelle faccende di maggiore importanza, e nelle discussioni fatte rigorosamente secondo le leggi, le proposte dovevano, come abbiam detto, essere approvate prima dai Dodici Buoni Uomini, che potevano consultarsi anche con persone di loro fiducia, piú tardi chiamate i Richiesti. Poi s'andava ai 100, poi ai due Consigli del Capitano, poi ai due del Podestà. Tutto ciò si cava anche dai documenti in Archivio, e per citare un esempio piú facile a riscontrarsi, sebbene sia posteriore al tempo di cui qui si ragiona, ecco in qual modo comincia lo Statuto dell'Esecutore di Giustizia, pubblicato nell'Appendice alla Storia de' Municipi italiani del Giudici, pag. 402, 1ª ediz. «Al nome di Dio, Amen. Nell'anno della sua salutevole incarnazione, 1306 ecc., in prima nello Consiglio de' Cento uomini e susseguentemente nello Consiglio e per lo Consiglio speziale di messere lo Capitano e le Capitudini delle 12 maggiori arti (erano allora già cresciute di numero).... e poscia, incontanente senza mezzo, nel Consiglio e per lo Consiglio generale e speziale di messere lo Capitano e del popolo di Firenze e delle Capitudini dell'Arti... fatto, rivolto e vinto il partito a sedere e a levare, secondo la forma dei detti Statuti.... Ancora dopo queste cose, in quelli anno, indizione e die, nel Consiglio e per lo Consiglio generale di 300 e speciale di 90 uomini del Comune di Firenze e delle Capitudini dell'Arti predette, per comandamento del nobile uomo, mess. conte Gabrielli d'Agobbio, della detta cittade e comune di Firenze, Podestà, ecc.». Qui per altro è da notare che, sebbene i Consigli del Podestà siano stati radunati nello stesso giorno che quelli del Capitano, pure la legge e l'uso volevano che si radunassero il giorno dopo o anche piú tardi.
[291]. V. Delizie degli eruditi Toscani del P. Ildefonso Vol. VII, pag. 203-286.
[292]. Del Lungo, Una vendetta in Firenze, Arch. Stor. It., Ser. IV, Vol. 18, pag. 354 e seg.
[293]. Il Bonaini pubblicò nel Giornale Storico degli Archivi toscani, anno I, disp. I, lo Statuto di Parte guelfa, del 1335, cui aggiunse, nei fascicoli successivi, un dotto comentario. Il Villani (VII, 17) dice: «Feciono, per mandato del Papa e del Re, i detti Guelfi tre cavalieri rettori di parte». Ma deve essere un errore, invece di tre cavalieri e tre popolani, come dice lo Statuto della Parte. Un documento del 12 dic. 1268, pubblicato dal Del Lungo, Una vendetta ecc., dice: Unus de sex Capitaneis Partis Guelforum. Nello stesso capitolo il Villani confonde papa Clemente con Urbano, morto nel 1264. Lo Statuto del 1335, ai due Consigli ne aggiunge un terzo, di Cento, che sta forse a rappresentare quello che nella Repubblica era il Parlamento.
[294]. Modista, in inglese, si disse allora e si dice ora millener, da Milano.
[295]. Pare che il nome derivasse dalla via dove era posta l'Arte, via che conduceva ad un postribolo, e però Calis malus, quasi Via mala.
[296]. Uno Statuto dell'arte di Calimala, del 1332, fu pubblicato dal Giudici nell'Appendice alla sua Storia dei municipi italiani. Il D.r Filippi ne pubblicò ed illustrò uno del 1301-2, Il piú antico Statuto dell'Arte di Calimala: Torino, Bocca, 1889. Gli statuti formulavano quello che già da un pezzo, secondo leggi speciali, esisteva.