La storia delle nostre repubbliche si potrebbe infatti ridurre tutta al diverso predominio che ebbero in esse ora l'una, ora l'altra delle grandi associazioni che le costituivano. A Firenze dapprima lottarono fra loro, con varia fortuna, nobili e popolani. Quando le consorterie dei magnati presero tale ascendente da minacciare le libertà popolari, e distruggere ogni equilibrio sociale, allora ebbe luogo una grande riforma degli Statuti, una vera trasformazione del Comune, e con gli Ordinamenti di Giustizia, di cui ora dobbiamo parlare, furono abbattuti i nobili e disfatte le loro consorterie. Ma esse erano parte integrante dello Stato, e però quando vennero sgominate, vi fu un momento di rapida corruzione e decadenza. Alle passioni, agl'interessi della casta, succedettero le passioni, gli odi, le ambizioni personali, anche piú pericolose. Le famiglie cominciarono a combattersi fra loro, sorsero i potenti ambiziosi, e Corso Donati o qualche altro simile a lui, sarebbe divenuto subito padrone e tiranno della Repubblica, se non vi fosse stato un popolo potente, arricchito dai rapidi guadagni del cresciuto commercio, amico della libertà, nemico dei Grandi. Al dominio delle consorterie successe perciò il dominio delle Arti Maggiori, e cominciò la loro lotta con le Minori, che finalmente arrivarono anch'esse al potere. Piú tardi s'avanzò la gran massa dei Ciompi, i quali minacciarono di decomporre del tutto la vecchia forma sociale della Repubblica; e vennero sulla scena nuove ambizioni personali, anche piú funeste alla libertà, perché piú fortunate. Lottarono fra loro Albizzi, Pitti e Medici, i quali ultimi trionfarono con Cosimo il Vecchio, che uccise la Repubblica. Ma tutto questo non ci deve gran fatto maravigliare, perché una volta che si tengano presenti le origini del Comune, e gli elementi che lo composero, si vede assai chiaro, che in sostanza avvenne quello che doveva inevitabilmente avvenire.
Capitolo VIII GLI ORDINAMENTI DELLA GIUSTIZIA[57]
I
La storia di Firenze negli ultimi anni del secolo XIII, richiama tutta la nostra attenzione per molte ragioni. In quel tempo seguiva una delle rivoluzioni politiche piú importanti, che ebbe per resultato quegli Ordinamenti della Giustizia, di cui è tenuto autore Giano della Bella, e che il Bonaini chiamò la Magna Carta della repubblica fiorentina. Quando anche il paragone sembri esagerato, è pur certo che questi Ordinamenti noi li vediamo, ora afforzati, ora modificati, qualche volta sospesi, restar nondimeno in vigore per piú di un secolo, cosa che non è di piccolo momento in una repubblica mutabile come quella di Firenze. Molte delle vicine città prima o poi li imitarono, ed i Romani mandarono nel 1338 a chiederne una copia, per riordinare con essi la loro città. Al quale proposito scrisse il Villani: «e nota come si mutano le condizioni e gli stati de' secoli, che i Romani feciono anticamente la città di Firenze, e dierono loro legge, e in questi nostri tempi mandaro per le leggi a' Fiorentini».[58] Da un altro lato, in quegli anni appunto, si vede sorgere a un tratto, nel seno della Repubblica, il piú splendido fiore delle arti e delle lettere. La lingua, la poesia, la pittura, l'architettura, la scultura avevano già fatto le loro prime prove in varie città d'Italia; ma ora si raccolgono stabilmente in Firenze, iniziano un'èra nuova nella storia del pensiero nazionale, sono come una luce che sorge improvvisa ad illuminare non solo l'Italia ma l'Europa. Importa quindi conoscere, in tutti i loro particolari, quali furono le fortunate condizioni politiche e sociali, che fecero di Firenze il centro di cosí maravigliosa attività, il foco in cui questi raggi vennero a concentrarsi.
Si potrebbe, è vero, osservare che se quei tempi sono per tante ragioni meritevoli della nostra attenzione, la storia ne è pure notissima. Narrata da contemporanei come il Compagni ed il Villani, che furono non solo testimoni oculari, ma spesso anche parte dei fatti che descrissero, essa venne illustrata con molti documenti originali, e nuovamente esposta da alcuni dei piú chiari storici moderni. Ma pure, chi bene la esamina, deve accorgersi che quei tempi non sono poi cosí noti come pare. Basta infatti leggere gli storici anche piú moderni, perché mille difficoltà e mille dubbi sorgano nella nostra mente. Che cosa in vero ci dicono, non solo il Machiavelli, l'Ammirato, il Sismondi, il Napier; ma il Vannucci, il Giudici, il Trollope, che scrissero quando era già seguita la pubblicazione di molti e nuovi documenti originali? — Dopo la battaglia di Campaldino, l'insolenza dei Grandi era trascorsa in Firenze oltre ogni limite. Ingiuriavano, opprimevano, calpestavano il popolo. Si levò allora un uomo ardito e generoso, Giano della Bella, nobile dato al partito popolare, il quale, essendo dei Priori, propose una nuova legge, che doveva rimediare per sempre a questi mali, e che fu accettata, sanzionata col nome di Ordinamenti della Giustizia. Questa legge escludeva i Grandi o sia i magnati da ogni ufficio politico; permetteva di salire al governo della Repubblica solo a quelli che effettivamente esercitavano un'Arte; puniva ogni grave offesa dei Grandi contro i popolani, con giudizi e con pene eccezionali e crudeli: il taglio della mano, la morte, piú spesso la confisca. Per le offese minori, v'erano solo pene pecuniarie. I magistrati avevano facoltà di punire un popolano, che si mostrasse avverso alla Repubblica o ne violasse le leggi, col dichiararlo Grande, il che lo escludeva subito dal governo e lo sottoponeva alle stesse angherie. Ma quello che è piú, quando uno dei magnati, commessa l'offesa, sfuggiva alla giustizia, doveva in sua vece pagar la pena il suo parente o consorto.[59] — Cosa unica nella storia del mondo! esclama, a questo proposito, il Giudici. E chi non vede, infatti, come questa, che è pure una legge fondamentale nella storia della Repubblica, sembra invece una vendetta ispirata solo dalle piú cieche passioni di parte? I dubbî perciò sorgono quasi ad ogni parola di essa. Come spiegare che Dante si trovava dei Priori, e con lui altri, che certo non erano artigiani, o solo di nome, se è vero che gli Ordinamenti escludevano tutti coloro che non esercitavano effettivamente una delle Arti? Ma, lasciando da parte mille altri dubbi minori, egli è certo che il sentire che allora si condannava alla morte un innocente, solo perché parente o consorto d'un colpevole sfuggito alla giustizia, è cosa che non si può assolutamente capire. Potremmo intenderla appena in mezzo alla piú oscura barbarie; resta un mistero ed una contraddizione nel secolo di Dante; confonde tutte le nostre idee intorno a quei tempi. Il riesaminare adunque un tale soggetto non può essere senza qualche utilità. Si tratta di determinare il vero carattere della rivoluzione seguita allora, e della legge che ne fu conseguenza; di metterle in armonia coi tempi e colla storia di Firenze.
II
In sul finire del secolo XIII, la Repubblica aveva acquistato in Toscana ed in tutta Italia una importanza grandissima. La caduta degli Svevi, la venuta degli Angioini, la vacanza dell'Impero avevano dato al partito guelfo, che in Firenze era quello della democrazia, un grandissimo ascendente. Pisa, Siena ed Arezzo, le sue tre grandi rivali ghibelline, erano state dai Fiorentini, con una diplomazia accortissima e con la forza delle armi, umiliate e vinte, il che non solo aveva rialzato in Toscana l'autorità politica della loro Repubblica, ma le aveva aperto ed assicurato tutte le grandi vie del commercio. Al mare s'andava per Pisa; a Roma, nell'Umbria, nell'Italia meridionale per Siena ed Arezzo; al settentrione s'andava per Bologna, città lontana, guelfa ed amica. Quindi è che il commercio di Firenze prese allora un rapido incremento, ed essa, che era una repubblica di mercanti, in mezzo a repubbliche date del pari all'industria ed al commercio, si trovò a capo di tutta Toscana. Da un altro lato però la cresciuta potenza degli Angioini cominciava già ad ingelosire i Papi stessi, che li avevano chiamati, e che ora volgevano l'occhio alla Germania, per farvi risorgere le pretese imperiali, e cosí mettere un freno alla crescente ambizione di Carlo d'Angiò, il quale, fatto da essi Senatore di Roma e Vicario imperiale in Toscana, sembrava volesse seguire l'audace politica degli Svevi, aspirando alla signoria d'Italia.
In un tale stato di cose, i Fiorentini seppero destreggiarsi con un'accortezza maravigliosa, ed inclinando ora a destra ora a sinistra, fecero piú volte piegar la bilancia dal lato che volevano. Si servivano dei soldati di Carlo, per abbassare le città e i nobili ghibellini; s'appoggiavano al Papa, per frenare l'albagía di Carlo; e mostravano di voler favorire l'Impero, quando il Papa parlava da supremo signore temporale, quasi, nel presente interregno, fosse lui l'erede naturale dei diritti imperiali. In questo modo la Repubblica, non solo mantenne salva la sua indipendenza, ma divenne uno Stato rispettato e temuto in Italia.[60] Tutto ciò era conseguenza dell'attività, dell'accortezza e intelligenza de' suoi popolani, i quali governavano con una tale parsimonia nelle spese, con tanta prudenza, che si giunse ad una prosperità inaudita. «E nota (dice il Villani), che infino a questo tempo e piú addietro, era tanto il tranquillo stato di Firenze, che di notte non si serravano le porte alla Città, né avea gabelle[61] in Firenze; e per bisogno di moneta, per non fare libbra,[62] si venderono mura vecchie, e' terreni d'entro e di fuori a chi v'era accostato».[63] Con poche tasse e senza debiti, l'amministrazione procedeva mirabilmente; non gravava i cittadini, ed aumentava il benessere comune.
III
Pure, al disotto di questa apparente tranquillità, v'era nel seno della Repubblica il germe d'una profonda discordia, che di tanto in tanto scoppiava in sanguinosi conflitti, dei quali era causa principale il malcontento dei Grandi. È un grave errore il credere, che gli Ordinamenti di Giustizia li escludessero per la prima volta dal governo. Questo era una disposizione di lunga mano apparecchiata, e che, sebbene non fosse ancora rigorosamente eseguita, poteva dirsi già sanzionata nel 1282, con la istituzione dei Priori delle Arti, posti a capo della Repubblica. Ma non bisogna credere per questo, che allora i Grandi avessero di fatto perduto nella Città ogni potere. Prima di tutto, il nuovo modo di guerreggiare, pel quale gli eserciti municipali d'artigiani, senza cavalieri, senza uomini d'arme, facevano pessima prova, aveva reso inevitabile l'aiuto dei nobili, e cominciava anche a rendere necessario il ricorrere a gente forestiera: Tedeschi, Francesi e Spagnuoli, soldati di ventura che vivevano per la guerra e della guerra. A Montaperti (1260) erano stati i Tedeschi di Manfredi e i nobili ghibellini, esiliati da Firenze, che avevano inflitto una terribile rotta all'esercito guelfo della Repubblica. A Campaldino (1289) erano stati Corso Donati, Vieri dei Cerchi e altri Grandi o potenti di Firenze, che avevano deciso la giornata. Questi lo sapevano e lo ripetevano di continuo, sprezzando gli artigiani ed il popolo. Educati alle armi, non distratti dal commercio, erano irritatissimi, vedendosi esclusi dal governo da gente piú rozza e assai meno di loro atta alla guerra. Le passioni politiche s'accendevano perciò sempre di piú, ed essi non avevano né davano pace.