Dopo che Alarico si fu ritirato, Radagasio che era stato già prima battuto nella Rezia, si avanzò con un esercito, che Orosio porta a duecentomila uomini, altri fanno ascendere fino a quattrocentomila, il che prova la poca credibilità di queste cifre. Era in ogni modo un esercito assai numeroso, che Stilicone affrontò in Toscana, riuscendo a chiuderlo nei monti presso Fiesole, dove lo affamò e disfece, pigliando prigioniero lo stesso Radagasio, che fu poi ucciso (405). Tutti gli altri morirono o si sbandarono, andando per fame raminghi. E questa vittoria che avrebbe dovuto crescer favore al capitano che l'aveva ottenuta, rese invece più clamorose le voci di tradimento, massime quando poi arrivò la notizia che moltitudini di Alani, di Svevi e di Vandali, passato il Reno, rimasto indifeso, erano penetrati nella Gallia (406) e liberamente si avanzavano. — Se ha così facilmente disfatto Radagasio, si diceva, è segno che poteva, volendo, fare lo stesso con Alarico. Ma è un barbaro, e vorrebbe lasciar l'Impero in balìa dei barbari. Perciò ha richiamato le legioni dal Reno, lasciando invadere la Gallia, come fra poco sarà invasa anche la Spagna. Onorio dovrebbe imitar suo fratello Arcadio, che seppe liberarsi di Gainas, il quale se non era insieme coi suoi distrutto, avrebbe dato in mano dei Goti l'Oriente, che è invece tornato ad essere romano. Se in ugual modo non si provvede in Occidente, ben presto anche Roma e l'Italia saranno dominate dai barbari. —

Questi sentimenti infiammarono tutta la parte romana dell'esercito, a segno tale che le legioni della Britannia nel 407 proclamarono nuovo imperatore uno il quale pareva non avesse altro titolo che il nome di Costantino, ma che nel fatto poi dimostrò maggiore energia che non si supponeva. Egli venne subito nella Gallia, per combattere i barbari; ma ormai non era più possibile ricacciarli al di là del Reno. Riuscì nondimeno a ripigliar la guardia del fiume, per impedire almeno che ne passassero altri. Intanto arrivavano dall'Italia nella Gallia nuove legioni, mandate da Onorio a ristabilire la sua autorità contro il tiranno, come era chiamato Costantino, perchè non si riteneva legittima la sua elezione. Così in Occidente si trovavano a contrasto due imperatori fra di loro e coi barbari. Tutto ciò si attribuiva a colpa di Stilicone, che veniva perciò sempre più odiato, sempre più calunniato. Infatti, sebbene avesse con tanta energia e fortuna combattuto Radagasio, il quale era pagano, pure lo accusavano di esser fautore dei pagani, aggiungendo che tale era suo figlio, e che egli aspirava a farlo imperatore d'Occidente. Più tardi, quando morì Arcadio (1º maggio 408), si affermava invece che egli presumeva farlo imperatore d'Oriente. — Non contento, dicevano, d'aver dato sua figlia Maria in moglie ad Onorio, dopo la morte di lei, lo aveva indotto a sposar l'altra sua figlia Termanzia, senza curarsi che il clero cristiano condanna le seconde nozze con la sorella della prima moglie. — Insomma ogni arme era buona contro di lui, e si riuscì infatti a renderlo odioso ai Cristiani ed ai Pagani.

Ma quello che era peggio, cominciava ora ad ingelosirsi ed insospettirsi di lui anche Onorio, il quale aveva un certo sentimento tradizionale dell'autorità imperiale, e mal tollerava, sebbene non lo dimostrasse ancora aperto, questo Vandalo che suscitava l'avversione di tutto il partito nazionale romano. Se non che la sua indole incerta e titubante lo faceva sempre oscillare. Dopo la battaglia di Pollenzo, pareva che avesse accettato il disegno di Stilicone, che era di lasciare ad Alarico, sotto la dipendenza dello stesso Onorio, tutta la Prefettura d'Illiria, sebbene questa fosse stata da qualche tempo divisa fra l'Occidente e l'Oriente. Stilicone pensava che così si sarebbero resi contenti i Goti; si sarebbe avuto a propria disposizione tutto l'esercito di Alarico, e si sarebbe, col suo aiuto, potuto rimettere l'ordine nella Gallia e nella Spagna, contro i barbari e contro Costantino, che ora vi spadroneggiava. In conseguenza di ciò, Alarico s'era già mosso dall'Epiro, quando, per ordine improvviso di Onorio, fu inaspettatamente fermato. Un tal fatto, come era naturale, lo sdegnò in estremo grado, e quindi egli s'avanzò minaccioso verso l'Italia, chiedendo quattromila libbre d'oro, per essere indennizzato delle spese che aveva fatte. Ed essendosi Onorio sbigottito, la domanda fu col suo assenso portata e sostenuta da Stilicone in Senato, con la dichiarazione che bisognava consentire, perchè non s'era in grado di resistere. Ed il Senato dovè cedere anch'esso; ma parve che per un momento almeno l'antico spirito, l'antica energia romana si ridestassero, e che il senatore Lampridio esprimesse il sentimento comune, quando esclamò: Non est ista pax, sed pactio servitutis!

In verità Stilicone era un barbaro romanizzato. Dall'unione di questi due elementi, che ne costituivano la personalità, scaturivano la sua forza e la sua debolezza. Essi coesistevano nell'Impero, e fino a che vi si tenevano in equilibrio, e potevano continuare l'uno accanto all'altro, senza venire a conflitto, la personalità di Stilicone rappresentava la società in cui egli si trovava. Di qui la sua forza. L'idea di valersi dei Goti a vantaggio dell'Impero, poteva sembrare una continuazione della politica di Teodosio, che a lui lo aveva raccomandato, sperando che volesse e sapesse difenderlo. Una volta però che dentro l'Impero fosse sorto il conflitto fra i due elementi che lo costituivano, la personalità politica di Stilicone sarebbe stata distrutta, ed egli avrebbe dovuto inevitabilmente soccombere. Purtroppo il conflitto si poteva dire adesso già cominciato. Infatti i Goti, anche dopo ottenuta la chiesta indennità, erano scontenti e minacciavano. Lo sdegno del partito romano era salito al colmo, e si accennava perciò a Stilicone come ad una vittima necessaria alla salute dell'Impero. Nè mancava chi soffiava nel fuoco più che poteva, e fra gli altri un ufficiale della guardia imperiale, di nome Olimpio. A Ticino (Pavia) si trovavano allora le legioni romane, destinate, a quanto pare, a ripigliare la guerra contro Costantino e contro i barbari nella Gallia, dove tutto era in disordine. La colpa d'ogni danno, d'ogni pericolo presente, veniva colà attribuita a Stilicone, che si trovava a Bologna. — Egli, così dicevano, aveva voluto salvare ad ogni costo i Goti; aveva lasciato indifeso il passaggio del Reno, perchè altri barbari come lui inondassero l'Impero, ciò che pur troppo era avvenuto. — Onorio allora si trovava appunto a Pavia, dove a un tratto scoppiò un tumulto violento (408). La città andò a sacco; gli amici di Stilicone furono messi a morte; e l'Imperatore, da nessuno offeso, pareva uno spettatore indifferente, forse già prima consapevole di ciò che ora avveniva.

Alla notizia della rivolta, Stilicone era per muovere subito da Bologna, alla testa de' suoi soldati barbari, per difendere Onorio e domare i ribelli. Ma quando seppe che questi non correva nessun pericolo, che non dava neppur segno di disapprovare quello che sotto i suoi occhi avveniva, non volle, egli generale dell'Impero, al quale era affezionato, provocare una sanguinosa battaglia fra una parte e l'altra dell'esercito. Questo fece scoppiare la rivolta anche fra i suoi, pronti a difendere lui, ed a vendicare i compagni. Il tumulto fu tale che la sua persona si trovò in grave pericolo, e fu costretto a rifugiarsi a Ravenna, in una chiesa. Colà giunsero i messi di Olimpio, che gl'intimarono d'arrendersi, giurando solennemente d'avere ordine di prenderlo in custodia, salva la vita. Ma quando poi, stando alla fede giurata, Stilicone s'arrese, dissero subito che era sopravvenuto l'ordine di ucciderlo. Alcuni de' suoi, che lo avevano colà accompagnato, si dimostrarono pronti a metter mano alle armi, per difenderlo fino all'estremo. Ma esso aveva capito che ormai tutto era inutile; e pensando, anche in quell'ultima ora, alla salute dell'Impero più che alla sua propria, non volle, morendo, provocare la guerra civile. E ordinò ai suoi di deporre le armi, dichiarando d'essere deciso ad arrendersi. Il 23 agosto 408 sottomise tranquillo la testa alla scure. Suo figlio fu ucciso in Roma, sua figlia Termanzia venne dal palazzo imperiale rimandata alla madre Serena, cui era poco dopo serbata, nella stessa Roma, un'assai trista fine. Molti degli amici e parenti di Stilicone, sopra tutto i soldati barbari, vennero perseguitati; le loro mogli e i loro figli uccisi. E quasi a coronare l'opera nefasta, Onorio pubblicò un editto contro gli eretici, ai quali vietava di far parte della milizia palatina, e si mostrò avversissimo ai pagani, confiscando i beni dei loro tempii, ordinando la distruzione dei loro altari.

La prima conseguenza di tutta questa disgraziata tragedia fu, che un numero grandissimo di soldati barbarici, trentamila circa, così almeno si dice, andarono ad ingrossare l'esercito di Alarico, il quale divenne a un tratto più potente e minaccioso che mai. Ma che cosa poteva, che cosa voleva egli fare adesso? Certo non sognava neppure di rovesciare l'Impero o d'impadronirsene. Egli non se ne dichiarava neanche nemico. Si trovava alla testa d'una moltitudine armata, che aveva bisogno di vivere, e però voleva, insieme coi suoi, in un modo o l'altro, ma in un modo riconosciuto e legale, far parte dell'Impero, pronto anche a servirlo, a ricostituirne l'autorità contro i ribelli nella Gallia o altrove, assumendo il grado di Magister utriusque militiae. Ma quando ciò fosse avvenuto, l'Impero sarebbe rimasto in balìa de' barbari, ed era quello appunto che Onorio non voleva consentire. Figlio di Teodosio, per quanto debole e vacillante, esso sentiva, in parte almeno, la dignità del suo grado, e pensava che, cedendo alle voglie d'Alarico, difficilmente avrebbe potuto resistere poi a domande simili di altri barbari. Meno che mai tutto ciò sembrava possibile ora, dopo la insurrezione vittoriosa a Pavia contro il partito barbarico, quando Costantino, alla testa delle legioni, minacciava di staccare dall'Italia la Gallia, la Britannia e la Spagna. Queste erano le grandi difficoltà di trovare una soluzione pratica; e di qui il pericolo gravissimo che correva adesso l'Impero.

Alarico intanto s'avanzava in Italia, con animo d'assediare Roma, e dettare le sue condizioni. Impadronito infatti che egli si fu della foce del Tevere e del porto d'Ostia, la Città eterna, che non aveva un esercito per difendersi, e non era stata approvvigionata, si trovò subito stretta dalla fame, cui tenne dietro la pestilenza. Fu forza quindi venire a patti; ma egli si dimostrava così duro, che gli abitanti, spinti dalla disperazione, minacciavano di uscire in massa fuori delle mura per combattere. — Più fitto è il fieno, così avrebbe risposto il barbaro, meglio si falcia. — E invece di scendere a più miti consigli, alzava sempre più le sue pretese. — Ma che cosa ci lascerai tu allora? — dissero i Romani. Ed egli: — La vita! — Le notizie però che noi abbiamo di questi tempi sono così incerte, e sempre così esagerate in un senso o nell'altro, che poca fede si può prestare alla verità intera di simili aneddoti, tanto più che, se Alarico era un barbaro rozzo e feroce, non voleva essere tenuto un nemico, e molto meno un distruttore dell'Impero. Ma egli aveva bisogno di vivere coi suoi, che erano con le armi in mano, stretti dalla fame. Bisognò quindi rassegnarsi a pagare un tributo di cinquemila libbre d'oro e trentamila d'argento, oltre una quantità di vesti di seta e di droghe. E per raccogliere questa somma voluta dai barbari, i Romani dovettero fondere le statue delle antiche divinità, e gli ornamenti dei tempii pagani. Il che fu non solo una grande umiliazione; ma a molti pareva anche di sinistro augurio, perchè i Pagani non erano allora scomparsi affatto, e fra i Cristiani stessi non mancavano di quelli che speravano tuttavia qualche aiuto da quegli idoli, che sembravano avere così lungamente protetto Roma.

Un gran turbamento invase gli animi nel vedere l'antica capitale del mondo ridotta ad una umiliazione creduta fino allora impossibile, e che pur doveva essere superata da altre ancora più crudeli. Si vuole che ora appunto venisse uccisa l'infelice Serena, accusata, perchè vedova di Stilicone, di benevolenza verso Alarico. Si pretese, che dell'atto inumano e crudele fosse stata istigatrice Galla Placidia, la figlia di Teodosio, celebre per la sua maravigliosa bellezza. Ma essa aveva allora diciotto anni o poco più, e se è facile credere che la sorella d'Onorio dovesse essere avversa a Stilicone ed ai suoi, non è ugualmente facile persuadersi, che in sì giovane età potesse avere l'animo così perverso, ed anche l'autorità necessaria per riuscire a muovere essa il popolo alla vendetta.

Anche in questo momento Alarico era lontano dal voler abusare della forza. Cercava invece di venire ad un accordo, rinunziando a molte delle sue antiche pretese. Non chiedeva più d'esser Magister utriusque militiae; gli bastava d'avere per sè e per i suoi la provincia del Norico, invece delle più vaste e fertili terre domandate in passato. Ma Onorio che, per la morte di Arcadio, sperava si potesse ristabilire l'armonia, se non l'unione dell'Oriente coll'Occidente, ed aspettava gli aiuti che aveva chiesti a Teodosio II, respinse ogni idea d'accordo. Nè bastò a muoverlo il vedere, che molte e molte migliaia di schiavi fuggitivi e di barbari sbandati dell'esercito imperiale, che alcuni fanno in tutto ascendere a quarantamila, andassero liberamente saccheggiando il paese.

Alarico allora impazientito, vedendo di non poterne cavar nulla, circondò Roma per la seconda volta, e tentando di mettersi d'accordo coi Pagani, che ivi si trovavano, e cogli Ariani, gli uni e gli altri irritati per gli ultimi editti contro di essi emanati da Onorio, proclamò nuovo imperatore Attalo, un greco allora Prefetto della Città (409). Sperava d'averlo docile strumento della propria volontà, e indurlo a sanzionare, con qualche forma legale, le sue pretese. Ma invece pareva che nessuno riuscisse a prenderlo sul serio. Lo stesso Onorio, che dapprima se n'era impensierito, e pensava a mettersi in salvo, avuto ora da Costantinopoli l'aiuto d'alcune migliaia di soldati, riprese animo, sentendosi sicuro di potersi con essi difendere in Ravenna. E quello che è più, neppure Alarico riusciva a mettersi d'accordo con Attalo, al quale, come greco, ripugnava d'abbandonare Roma e l'Impero in mano ai barbari, mentre che poi non sapeva prendere nessuna propria iniziativa. E la fame intanto era a Roma giunta a tale, che la moltitudine gli gridava furibonda: Pone praetium carni humanae. Quasi volessero dire: dobbiamo noi dunque mangiarci addirittura fra di noi? Così Alarico, persuaso che non c'era da cavar nulla neppure da lui, finì col deporlo, strappandogli le insegne imperiali, che rimandò ad Onorio, col quale tentò di nuovo, ma sempre invano, d'intendersi. Si decise allora al passo più audace della sua vita, e che doveva avere un seguito funesto, una grande importanza nella storia del mondo.