Se non che questo doppio ordinamento civile e militare, che procedeva parallelamente, avrebbe dovuto, come abbiamo già visto, metter capo alla sola autorità suprema dell'Imperatore. Ma ciò era divenuto impossibile ora che a due imperatori inesperti e indipendenti l'uno dall'altro, si aggiungeva la gelosia e l'antagonismo dei due consiglieri che dovevano guidarli. Rufino, oriundo della Gallia, avido, furbo, ambizioso e crudele, era per queste sue stesse qualità di grado in grado salito ai primi onori. Costretto a raccogliere danaro per l'amministrazione e per l'esercito, doveva aggravare di tasse il popolo, cui era perciò divenuto odioso. Ma essendo egli Prefetto del Pretorio per l'Oriente, avendo la sua sede nella capitale, ed essendosi a tempo di Teodosio, che negli ultimi anni di sua vita aveva riunito l'Impero, trovato a far le parti di primo ministro, presumeva ora di poter dirigere non solo la politica generale dell'Oriente, ma quella ancora dell'Occidente. Stilicone dall'altro lato, avendo colle armi contribuito a ricostituire l'antica unità, e trovandosi ancora alla testa dell'esercito, col quale aveva a tal fine vittoriosamente combattuto, godeva di questo la piena fiducia. Aveva inoltre sposato Serena, la nipote di Teodosio, che morendo (così generalmente si diceva) gli aveva affidato il mandato di vigilare sui due suoi figli. E però, se Rufino pretendeva di comandare politicamente, Stilicone pretendeva di comandare militarmente su tutto l'Impero. S'aggiungeva a ciò, che come capo dell'amministrazione, Rufino rappresentava i Romani, e come capo dell'esercito, Stilicone, il quale era un barbaro egli stesso, per forza delle cose, rappresentava i barbari, che nell'esercito prevalevano. I due principali personaggi dell'Impero si trovavano adunque fatalmente alla testa di due partiti, con pericolo evidente in un avvenire non lontano.

Certo la posizione di Rufino era assai più difficile, perchè se egli aveva in mano la borsa, Stilicone aveva le armi. E per riempire la borsa erano necessarie le tasse, che partorivano odio. Nella Corte stessa non mancavano intrighi contro di lui, tanto più che Arcadio, non essendo come Onorio un fanciullo, già cominciava a mostrarsi intollerante d'una tutela permanente ed incomoda. E ne diè prova sposando la figlia d'un generale franco, Eudoxia, celebre per la sua bellezza, che gli era stata raccomandata dall'eunuco Eutropio, il quale aveva l'ufficio di Praepositus sacri cubiculi: tutto ciò a dispetto di Rufino, che avrebbe voluto dargli la propria figlia. Nondimeno la sua autorità era sempre grandissima, come si vide ben presto.

I Goti federati, dolendosi ora di non avere i consueti sussidi, e più di tutti dolendosi Alarico loro capo, perchè non aveva potuto avere il titolo chiesto di Magister militum, cominciarono a percorrere il paese, tumultuando e saccheggiando. Stilicone allora s'avanzò alla testa dell'esercito, per sottometterli; ma Rufino potè, in nome d'Arcadio, ordinargli che s'occupasse solo delle cose d'Occidente, e rimandasse a Costantinopoli i soldati che appartenevano all'Oriente, e che erano la più parte barbari, anzi Goti. Stilicone dovette obbedire, e li fece partire sotto il comando del generale goto Gainas, il quale si vuole che cospirasse con lui, d'accordo con l'eunuco Eutropio, contro Rufino. Certo è in ogni modo, che quando i soldati furono presso Costantinopoli, ed il 27 novembre 395 vennero passati in rivista da Arcadio insieme con Rufino, questi si trovò a un tratto circondato; e subito si avanzò un soldato, che dicendo, — con questa spada ti colpisce Stilicone, — lo ferì mortalmente. Il suo cadavere venne dalla moltitudine fatto a pezzi. Alcuni ne portarono in giro pel campo la testa infitta sopra una lancia; altri ne portarono un braccio, con la mano tenuta in attitudine di chieder nuove tasse.

In conseguenza della morte di Rufino crebbe assai il potere di Eutropio, che gli successe; e pareva ancora che i barbari fossero addirittura divenuti i padroni in Costantinopoli, essendo riusciti ad occupare i principali uffici militari e civili. Ma ciò appunto provocava una reazione vivissima del sentimento romano. E di esso il retore Sinesio rendevasi interpetre presso l'Imperatore, incitandolo a porsi «alla testa dell'esercito, come gli antichi Cesari; e non permettere che i barbari piglino posto perfino nel Senato, che portino la toga da essi disprezzata, che riempiano le legioni e facciano tumulto, che mettano a pericolo l'Impero. L'esercito deve essere, egli concludeva, di Romani che difendano la patria.» Ma ciò nonostante il potere di Gainas e dei Goti era sempre grandissimo. Era cresciuto, è vero, anche il potere di Eutropio, che nel 399 fu nominato Console; ma questi, generalmente odiato, venne in discordia con la Imperatrice e con Gainas. Il quale riuscì a farlo condannare a morte, dopo di che assunse l'ufficio di Magister utriusque militiae, e fu davvero l'uomo più potente in Costantinopoli. Se non che, questo suo potere appunto ridestò più che mai la violenta reazione del partito nazionale, la quale s'accese maggiormente quando all'antagonismo politico s'aggiunse il religioso.

Allora era vescovo di Costantinopoli S. Giovanni Crisostomo, uomo di grande autorità e fermezza, irremovibile anch'esso nella sua dottrina atanasiana, già fatta prevalere da Teodosio. I barbari erano invece ariani, e però Gainas loro capo mal tollerava che nella capitale dell'Oriente non vi fosse una sola chiesa destinata al loro culto, e che essi dovessero trovarsi costretti a cercarla fuori delle mura. Se non che tutto ciò era secondo le leggi e gli ordini di Teodosio; e Crisostomo, deliberato a non cedere in nulla, li fece leggere a Gainas, ricordandogli che aveva accettato di servire l'Impero, con l'obbligo di rispettarne le leggi. Non volendosi cedere nè da una parte nè dall'altra, gli animi s'accesero per modo che il 12 luglio 400 scoppiò contro i barbari un tumulto assai violento. Molti ne furono uccisi, gli altri si dovettero ritirare dalla città, e Gainas, combattuto, inseguito, cercò di salvarsi nella Dacia, passando il Danubio con alcuni dei suoi. Ivi fu ucciso dagli Unni, che credettero con ciò di far cosa grata all'Impero. Questo fu il più notevole avvenimento nella vita di Arcadio, giacchè Costantinopoli fu così libera dai barbari; l'Impero orientale riprese il suo carattere greco-romano, che serbò fino alla sua caduta; e l'Imperatore potè governare coll'appoggio del partito nazionale ortodosso. Restavano però sempre i Goti federati, che occupavano la Tracia e si stendevano nella Mesia, ingrossandosi ora con tutti i fuggiaschi dell'esercito sbandato di Gainas, trovandosi sempre più irritati e scontenti, perchè era un pezzo che i soldati non ricevevano le paghe. Che cosa bisognava dunque fare di questa enorme massa di gente scontenta, di questo popolo in armi e minaccioso?

Sin dal tempo di Rufino c'era stato in Oriente il disegno di spingere Alarico coi suoi in Occidente. Così non solo si liberavano colà da un pericolo continuo, ma si dava del filo da torcere a Stilicone. Si voleva però evitare il pericolo che i due generali barbari facessero causa comune contro Costantinopoli; o pure che Stilicone, decidendosi a combattere sul serio i Goti e riuscendo a vincerli, finisse col divenire più potente che mai. E fu perciò che, poco dopo la morte di Teodosio, Rufino lo aveva costretto a fermarsi, togliendogli una parte dell'esercito. Da un altro lato Stilicone, sebbene fido soldato dell'Impero, era un barbaro anch'esso, e non poteva desiderare, quando anche avesse potuto, distruggere affatto i Goti. Non gli conveniva neppure umiliarli troppo, senza addirittura disfarli, perchè così li avrebbe resi sempre più avversi e pericolosi ad Arcadio e ad Onorio. Avrebbe quindi voluto dimostrar loro che poteva colle proprie armi tenerli a freno, e poi, secondo il pensiero stesso di Teodosio, aggregarli all'Impero, aumentandone così la forza. In tal modo se ne sarebbe anche avvantaggiata non poco la sua posizione militare e politica, quello appunto che a Costantinopoli si voleva evitare. Ne seguì quindi per qualche tempo, che l'Oriente spingeva i Goti verso l'Occidente, che a sua volta li rimandava indietro: erano come ballottati da una parte all'altra.

Tutto ciò doveva naturalmente sempre più irritarli. E così finirono verso il 395 (la data non è però sicura) coll'eleggersi un proprio re nella persona appunto di Alarico, che noi abbiam visto fin dalla sua prima gioventù combattere valorosamente in Italia sotto Teodosio. Esso era della nobile stirpe dei Balti, nome che Jordanes dice significare audace (id est audax), e che risponde infatti alla parola inglese bold, ardito. Educato alla disciplina militare romana, egli veniva adesso levato sugli scudi dai suoi connazionali; e ciò aveva una grande importanza, perchè così i Visigoti federati si ricostituivano come nazione, o almeno come esercito indipendente dentro l'Impero. Tanto maggiore si doveva quindi a Costantinopoli sentire il bisogno di liberarsene, spingendoli sempre più verso l'Occidente. Se non che Stilicone si trovava anch'esso alla testa d'un formidabile esercito, di cui, per la debolezza d'Onorio, disponeva a suo arbitrio, e poteva quindi energicamente resistere. Infatti, quando Alarico s'avanzò, saccheggiando, nella Grecia (396), gli andò subito incontro, e respintolo dal Peloponneso, lo chiuse nei monti. Pareva allora che lo avesse già in suo potere; ma invece si seppe a un tratto, che Alarico, insieme con tutti i suoi e col bottino raccolto, s'era per l'Epiro settentrionale messo in salvo. Molte furono le voci allora diffuse. Chi diceva che era stata una sua abile manovra; chi supponeva che era stata negligenza o tradimento di Stilicone, e chi finalmente affermava che tutto era conseguenza di segreti accordi d'Alarico con Costantinopoli. Certo è che Stilicone se ne tornò tranquillo in Italia, senza inseguirlo, e che Alarico se ne andò in quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. Ivi rimase col consenso di Arcadio, che gli concesse anche l'ambito ufficio di Magister militum. E si trovò come a cavallo fra l'Oriente e l'Occidente, con grande facilità di ripigliare la strada momentaneamente abbandonata. Intanto aveva modo non solo di nutrire i suoi, ma di provvederli anche largamente delle armi, che si trovavano nei magazzini dell'Impero.

La sua mira costante era adesso, per più ragioni, divenuta l'Italia. Ve lo spingevano da Costantinopoli, per liberarsi una volta di lui e dei suoi. Dopo la rivolta nazionale del 12 luglio 400, e lo sterminio dei barbari, l'Oriente non poteva più essere una sede nè sicura nè gradita ai Goti. Ve lo spingeva anche la sua personale ambizione ed un vero spirito di avventure. Secondo la leggenda, una voce interiore gli andava continuamente ripetendo: Penetrabis ad Urbem! Quale fosse allora il suo disegno, è difficile dirlo con precisione; probabilmente non lo sapeva lui stesso. Alarico era un ardito soldato, senza un vero genio politico o militare; una specie di capitano di ventura, come la più parte dei generali barbarici di quel tempo, che non avevano una patria, e combattevano sopra tutto per meglio assicurare la loro posizione personale. Si trovava però a capo d'una immensa moltitudine di soldati, vecchi, donne, bambini, e questo gl'imponeva molti doveri, gli dava grandi pensieri. Che sognasse farsi imperatore dell'Occidente, non è possibile. Non avrebbe saputo come governarlo; ed inoltre un tale pensiero sarebbe allora ad un barbaro sembrato quasi un sacrilegio. S'avanzava quindi minacciando, saccheggiando, sperando sempre di trovar finalmente modo di far parte integrante e normale dell'Impero.

In Italia era intanto assai cresciuta la forza e l'autorità di Stilicone, specialmente dopo che gli era riuscito di far domare la ribellione di Gildone, seguìta in Africa nel 398. Egli aveva sposato una nipote di Teodosio, ed aveva dato sua figlia Maria in moglie ad Onorio; nel 400 fu anche nominato Console. Tutto questo lo faceva apparire come un possibile pretendente all'Impero, almeno pel suo figlio; e ciò gli cresceva autorità, ma gli procurava anche nemici. Per necessità delle cose si trovava divenuto come il difensore naturale dell'Italia. E quindi appena seppe che i barbari s'avanzavano, corse nella Rezia e respinse un esercito giunto colà sotto il comando di Radagasio, che era d'accordo, a quanto pare, con Alarico. Raccolse poi quanti più uomini potè, e col suo esercito così ingrossato, discese nell'alta Italia. Ivi pensò, innanzi tutto, a liberare e mettere al sicuro Onorio, che trovavasi allora in Asti, esposto al pericolo d'essere circondato dai nemici. Lo indusse a trasferire la sua sede da Milano, ove s'era quasi sempre fermato, a Ravenna, che si poteva più facilmente difendere, ed aveva il vantaggio del mare. Così dal 402 al 475 essa restò sempre capitale dell'Impero d'Occidente, e poi fu capitale dell'Esarcato, che di là potè facilmente comunicare con Costantinopoli.

Ma ora bisognava provvedere alla difesa contro Alarico, che s'avanzava con un esercito numerosissimo. Stilicone richiamò quindi dalla Britannia la dodicesima legione, e quel che era assai più grave, richiamò anche le legioni che si trovavano a guardia del Reno, lasciando così da quel lato aperta la porta ad altri barbari. Voleva provvedere al pericolo imminente, pensando che, una volta vinto Alarico, avrebbe facilmente potuto respingere gli altri barbari, forse anche facendosi aiutare da lui, dopo averlo battuto. Il 6 aprile 402 (data incerta anche questa), i due eserciti s'incontrarono a Pollenzo sul Tanaro, a venti miglia da Torino, e vi fu una vera battaglia. Era di settimana santa, e Stilicone, senza occuparsi di ciò, sorprese il nemico nel campo, mentre celebrava le sacre feste. La vittoria fu sua, ma i Goti si poterono liberamente ritirare. E sebbene fossero di nuovo battuti presso Verona, se ne andarono a casa senza essere inseguiti. Si tornò quindi, come era naturale, a parlar di tradimento. Nondimeno nel 404 Onorio, accompagnato da Stilicone, entrò da trionfatore in Roma. E furono, in questa occasione, celebrati quei giuochi dei gladiatori, che più volte, per istigazione dei Cristiani, erano stati invano proibiti. Questa volta però un monaco orientale, Telemaco, si gettò in mezzo ai combattenti nell'arena del Colosseo, per separarli in nome di Gesù Cristo. Egli fu lapidato dalla folla, tra le grida d'indignazione; ma si afferma che d'allora in poi i giuochi inumani cessassero davvero. La condotta ardita di Telemaco era un'altra prova dell'energia sempre maggiore, che lo spirito cristiano andava manifestando.