Questi era pagano, e fu il primo generale barbarico che osò farla da Imperatore romano, non di nome, ma di fatto, esempio che vedremo d'ora in poi molte volte imitato. Egli, come seguì poi sempre a questi barbari, non osava salire sul trono, assumendo in proprio nome l'Impero. Elesse invece il retore Eugenio, che doveva assumere la porpora, ed essere suo docile strumento. Infatti, sebbene cristiano, Eugenio, per secondare Arbogaste, si diede a favorire i Pagani, ancora abbastanza numerosi in Roma. Così credeva di trovar seguito contro Teodosio; ma invece gli accrebbe forza. Questi infatti veniva ora spinto alla guerra non solo da ragioni politiche, ma anche dalla moglie Galla, che voleva vendicar la morte del proprio fratello Valentiniano, e dai vescovi, dal clero, dal popolo, che lo incitavano a difesa della religione cristiana. Si decise quindi a prendere le armi. Se non che, sapendo che il generale franco aveva grande valore e molta autorità sui propri soldati, si apparecchiò per due anni interi all'impresa (393-4). La quale fu ritardata anche dalla morte dell'imperatrice Galla (maggio 394), che gli lasciò una figlia, Galla Placidia, più bella della bellissima madre, e destinata, in quel secolo corrotto, ad esercitare un gran potere politico, in mezzo ad una serie di strane vicende.
Riavutosi appena dal suo dolore, Teodosio mosse finalmente alla testa d'un poderoso esercito. Ne facevano parte, fra gli altri, ventimila Goti federati, sotto il comando dei loro migliori generali, e con essi era anche il giovane Alarico, destinato a maggiori imprese ed a grande fama. Percorrendo la stessa via tenuta già per combattere Massimo, presso il fiume Frigido, in un punto equidistante da Emona (Laybach) ed Aquileia, Teodosio s'affrontò col nemico. La battaglia continuò per due giorni con varia fortuna. Ma finalmente, favorito anche dall'impetuoso vento Bora, che suole infierire colà, ed allora soffiava in viso al nemico, il 6 settembre 394 Teodosio ottenne piena vittoria. Eugenio fu preso dai soldati, che gli tagliarono la testa, ed Arbogaste, quando ebbe perduto ogni speranza, si gettò da Romano sulla propria spada. Questa vittoria di Teodosio ebbe una grande importanza storica. Per essa l'Impero rimase politicamente riunito sotto di lui, che lo tenne con mano assai ferma. Aveva nello stesso tempo distrutto gli ultimi avanzi del partito pagano, e potè quindi ricostituire anche l'unità religiosa col trionfo, in Oriente ed in Occidente, della dottrina di Atanasio, alla quale, sin dal principio del suo regno, egli era restato sempre fedele. Tutto questo determina il valore storico di Teodosio, ed è ciò che gli fece giustamente avere il nome di Grande.
Per la sua ferma adesione alla dottrina ortodossa, egli riuscì a stringere anche il connubio dell'Impero colla Chiesa più che non avesse potuto fare lo stesso imperatore Costantino. E la Chiesa se ne giovò grandemente, facendo rapidi progressi, come si vide nel gran numero che ebbe allora d'uomini eminenti per carattere e dottrina, quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo e S. Ambrogio, il celebre vescovo di Milano. Questo fu anche il tempo in cui s'andò formando la teologia latina, la quale si può veramente dire che sia insieme religione, filosofia e disciplina ecclesiastica. Essa mira sopra tutto a tener ferma l'unità della fede, l'autorità universale e la forza politica della Chiesa. Un altro dei grandi personaggi di questo tempo fu Damaso, il vescovo di Roma, che successe a Liberio (366). Egli ascese sulla sedia episcopale, in mezzo ad un violento tumulto; proclamò subito il principio che la Chiesa di Roma è superiore alle altre, che gli ecclesiastici solo da ecclesiastici debbono essere giudicati.
Ma per quanto il connubio della Chiesa e dell'Impero desse forza all'una ed all'altro, v'erano in esso i germi di futuri conflitti, come si vide fin dai tempi di Teodosio. Egli era molto amico del lusso e delle spese, per tenere sempre più alto lo splendore e la dignità del suo grado. Ma ciò portava aumento di tasse, il che fu causa di replicati tumulti. In uno dei quali, seguito in Antiochia, le statue dell'Imperatore furono rovesciate, il suo nome venne ingiuriato. Questa volta egli finì coll'usare clemenza. Più tardi però, nel 390, un altro assai più grave tumulto si ripetè a Tessalonica, e ne fu pretesto l'imprigionamento d'un auriga del Circo. Un generale e parecchi ufficiali vennero uccisi, i loro cadaveri furono ignominiosamente trascinati per le vie. Teodosio, che era allora a Milano, rimase di ciò tanto sdegnato, che ordinò una punizione esemplare, anzi feroce, senza distinguere innocenti o colpevoli. Si parla di settemila uccisi, che alcuni fanno ascendere fino a quindicimila: certo è che il sangue corse a fiumi. E fu allora che il vescovo di Milano, S. Ambrogio, gli scrisse una lettera che è pervenuta sino a noi (Ep. 51), nella quale, condannando l'eccidio, lo invitava a penitenza, giacchè non avrebbe, egli diceva, potuto far entrare nel tempio del Signore, per pigliar parte alle sacre cerimonie, chi aveva ancora bagnate le mani del sangue di tanti innocenti.
S. Ambrogio era certo uno dei caratteri più notevoli del secolo, uno di coloro che dimostravan chiaro il rigoglio, la forza che andava prendendo la Chiesa in Italia. Disceso da una delle più nobili famiglie romane, tenne prima alti uffici politici, e fu poi nel 374 vescovo di Milano, dove il popolo lo adorava. Nel 386 ebbe la fortuna e l'onore di convertire S. Agostino alla religione cristiana. In lui la fermezza della fede era uguale alla energia indomabile del carattere. Nel 385 non volle nella sua diocesi concedere alla imperatrice Giustina neppure una sola chiesa pel culto ariano. Nè fu possibile rimuoverlo. — L'Impero, egli disse allora, può disporre dei palazzi terreni, non della casa del Signore, nella quale non comanda la forza. — Quando, per minacciarlo, furono a lui mandati i soldati goti, egli li affrontò dinanzi alla chiesa, domandando loro: se era per invadere la casa del Signore, che avevano chiesto la protezione della Repubblica. E quando l'Imperatore sparse il sangue degli eretici, seguaci di Priscilliano, egli lo biasimò severamente. Nè meno severamente lo biasimò, quando ordinava che fosse ricostruita una sinagoga bruciata dal popolo. — Il vescovo, così gli scrisse allora, che avesse obbedito ad un tale ordine, sarebbe stato un traditore del suo ufficio. Non si deve ricostruire la casa in cui si rinnega il nostro Signore Gesù Cristo. — E nella basilica, dinanzi all'Imperatore, ripetè le stesse cose, aggiungendo che questi doveva lasciare libertà di parola al sacerdote, cui non è lecito nascondere il proprio pensiero. In armonia con tale suo procedere era la lettera cui accennammo, scritta quando avvennero le stragi di Tessalonica.
Si aggiunge da alcuni scrittori che, quando Teodosio si provò ad entrare nella basilica, S. Ambrogio lo fermò sulla soglia dicendogli: — Se la tua mondana potenza ti acceca a questo segno, ricordati che anche tu sei uomo, e devi perciò tornar nella polvere, rendere conto a Dio del tuo operato. Le anime di coloro che hai uccisi sono sacre quanto la tua. — Allora Teodosio avrebbe mandato a piegar l'animo indomito del vescovo, il suo ministro Rufino, quello stesso che lo aveva incitato alla strage di Tessalonica. E questi si provò dapprima colle lusinghe; ma quando si vide sdegnosamente respinto, disse che l'Imperatore sarebbe in ogni modo entrato. Allora S. Ambrogio rispose: — Dovrà passare sul mio cadavere. — La leggenda ha voluto con tutti questi minuti particolari colorire un fatto vero; ed essi servono mirabilmente a ritrarre il carattere dell'uomo. Per entrare nel tempio Teodosio dovette piegarsi dinanzi a S. Ambrogio, e far penitenza (25 dicembre 390), ripetendo il Salmo CIX. 25: «L'anima mia è attaccata alla polvere; vivificami secondo la tua parola.» Nulla certo è più nobile d'una condotta così ferma, così eroica. Essa è anche una prova visibile della straordinaria potenza che aveva allora assunto la Chiesa, che andava di fatto formando in Italia una generazione nuova di uomini, ai quali spettava l'avvenire. Ma se tale era di fronte all'Impero l'ardimento d'un vescovo di Milano, quale sarebbe mai stato quello del Papa? A questa domanda risponde pur troppo tutta la storia del Medio Evo.
E se i germi di futuri conflitti erano nascosti nel connubio, che Teodosio aveva stretto fra l'Impero e la Chiesa, non minori pericoli minacciavano nell'avvenire le condizioni politiche generali, come si cominciò a vedere subito dopo la morte di lui, seguita nella sua età di cinquanta anni, a Milano, il 17 gennaio 395, quattro mesi circa dopo quella grande battaglia del Frigido, che sembrava aver dato un assetto definitivo all'Impero. Certo Teodosio lo aveva trovato diviso, disordinato, minacciato; e potè ricostituirlo, riunendolo ed infondendogli nuova vita. Ma era pur troppo una ricostituzione solamente temporanea. Sul Danubio, sul Reno, in Persia il pericolo non era mai cessato, era anzi sempre cresciuto. I Goti si trovavano nella Tracia, erano in armi, ed aumentavano sempre. Solo la sua grande autorità ed energia aveva potuto riuscire a tenere in equilibrio forze così diverse e tra loro cozzanti, che da un momento all'altro potevano venire a conflitto. L'aver saputo mantenere un tale equilibrio gli procurò giustamente il nome di Grande; ma a farlo durare occorrevano costantemente una mano ferma e sicura, una mente superiore. Era quello che veniva appunto a mancare colla sua morte, quando l'Impero fu lasciato ai due suoi figli del pari incapaci.
CAPITOLO VI Arcadio ed Onorio — Rufino, Stilicone ed Alarico
Sino dai tempi di Diocleziano l'Impero era stato quasi sempre diviso in varie parti, sotto imperatori diversi, più o meno dipendenti da uno di essi. Questa divisione, che non escludeva il concetto della unità, era stata suggerita dalla grande difficoltà, che un solo doveva incontrare a voler governare e difendere tutto l'Impero contro i nemici, che da ogni parte contemporaneamente lo assalivano. Teodosio, come vedemmo, potè riunirlo sotto il suo scettro; ma alla sua morte lo lasciò nuovamente diviso fra i suoi due figli, Arcadio, cui assegnò l'Oriente, ed Onorio, cui assegnò l'Occidente, senza che intendesse con ciò di formare due Imperi separati,[16] come si è più volte ripetuto. Se non che, questa divisione seguiva ora in condizioni affatto nuove, che ne mutarono il carattere, e col tempo la resero definitiva. Nella elezione degl'imperatori, fatta in modi assai diversi, sempre però con la partecipazione dell'esercito, s'era fin dal tempo di Costantino, e più ancora di Valentiniano I, andato introducendo il principio ereditario, cercandosi, per quanto era possibile, di non uscire dalla stessa famiglia. Prima di morire, Teodosio s'era a questo fine associati i due figli, che ora gli succedevano, l'uno affatto indipendente dall'altro. Ma essi erano ambedue di minore età, Arcadio avendo 18 anni, Onorio soli 10, e però l'uno e l'altro ancora incapaci di governare. E Teodosio, che ben lo sapeva, aveva lasciato il primo affidato alle cure del prefetto Rufino, suo primo ministro; il secondo, al valoroso generale Stilicone, Magister utriusque militiae, un Vandalo che aveva gloriosamente combattuto sotto di lui contro Eugenio, e ad esso aveva raccomandata la difesa dell'Impero. Così non solo i due imperatori minorenni erano l'uno indipendente dall'altro; ma erano stati affidati alle cure di due uomini potenti ed ambiziosi del pari, che tra di loro non potevano andare d'accordo. Tutto ciò portava inevitabili difficoltà per l'avvenire.
L'ordinamento del governo continuava sempre quale lo avevano formato Diocleziano e Costantino. Quattro Prefetti del Pretorio alla testa delle quattro Prefetture: l'Italia cioè con le sue isole e l'Africa, la Gallia con la Spagna e la Britannia, l'Illirico, l'Oriente. A Costantinopoli come a Roma v'era un Prefetto della città con un Senato, che andava sempre più perdendo il suo potere politico, per divenire come una Curia municipale. Le Prefetture erano divise in Diocesi, e queste in Province, a lor volta suddivise in Municipi, i quali erano ordinati a similitudine di Roma, col loro Senato o Curia e la plebe. Essi restarono, nel disfacimento generale dell'Impero, l'unico organismo destinato a sopravvivere, trasformandosi però sostanzialmente. Accanto a quest'amministrazione civile, come abbiamo già visto, era l'ordinamento militare, coi Magistri peditum e Magistri equitum, due uffici che si univano spesso in una persona sola, chiamata allora Magister militum o Magister utriusque militiae. Il numero di questi grandi ufficiali militari variava spesso: in Oriente ne vediamo fino a cinque. In Italia si trova non di rado un Magister utriusque militiae, quale adesso era appunto Stilicone.