Certo è che da un momento all'altro gli Unni si precipitarono contro gli Ostrogoti, con impeto tale che il resistere divenne impossibile. Il capo degli Ostrogoti, Ermanrico, si uccise colle proprie mani; i suoi, dopo essere stati affatto sgominati, finirono coll'aggregarsi all'esercito unno. E così continuarono per ottant'anni circa, rinunziando alla loro nazionale indipendenza, ma restando uniti sotto propri capi. In questo modo gli Unni, sempre più ingrossati, sempre avanzando, arrivarono al fiume Dniester, al di là del quale erano i Visigoti. Lo passarono improvvisamente di notte (376), assalendo i Visigoti di Atanarico, ed incutendo loro tale spavento, che una parte di essi si rifugiò nei Carpazi, un'altra andò nella Dacia occidentale, dove erano i Visigoti di Fritigerno, ai quali si unirono, comunicando loro il proprio spavento. E fu tale questo spavento che, sebbene Fritigerno fosse assai valoroso e si trovasse, come affermano, alla testa di 200,000 armati, non potè pensare ad altro che a mettersi in salvo, insieme ai suoi, colla fuga. Fu uno spettacolo non mai più visto. Un esercito numerosissimo, con le donne, i vecchi, i bimbi, le loro suppellettili sui carri, sulle spalle; una moltitudine di gente, che si fa ascendere ad un milione, correva al Danubio, per passarlo e mettersi sotto la protezione dell'Impero. I soldati romani cercarono dapprima impedire questa specie di inondazione umana. Alcuni infatti vennero colle armi respinti nel fiume dove affogarono. Ma come si poteva resistere ad un milione di persone d'ogni sesso ed età, che si avanzavano tremando, e colle mani in alto imploravano pietà, accecati, impazzati dalla paura, la quale comunicava ad essi un impeto più irresistibile d'ogni coraggio? Fritigerno dichiarò, che essi erano pronti a servire sotto le bandiere romane, accettando ogni condizione. Ma chi gli poteva credere? Chi poteva prevedere che cosa sarebbe seguito? E chi poteva resistere?

Imperatore d'Oriente era allora Valente, che da suo fratello Valentiniano I era stato associato all'Impero, e dopo avere domata la ribellione di Procopio, regnava sicuro. Di natura debole ed incerta, non vedendo nessuna possibilità di fermare l'onda che s'avanzava, s'illuse nella speranza che l'acquistare un esercito di 200,000 uomini dovesse riuscire utile all'Impero. E concesse loro il passaggio. I patti furono che dovessero cominciare col deporre le armi e consegnare ostaggi. Ma quali patti si potevano in tanta confusione mantenere? E come trovare a un tratto vettovaglie per un milione di persone sopravvenute all'improvviso? Si principiò col numerarli e disarmarli. Ma poi bisognò subito smettere. Alcuni già morivano estenuati dalla fame, altri senza dare ascolto s'avanzavano chiedendo, implorando da mangiare. Gli ufficiali romani, profittando di ciò, cominciarono a vendere cibi d'ogni sorta, anche corrotti, ad altissimo prezzo. Ed i Goti, che eran pronti a tutto, meno che a cedere le armi, davano denaro, suppellettili, stoffe, per aver da mangiare. Si dice, che alcuni, pur di non veder morire di fame le mogli e i figli, s'indussero a venderli schiavi.

E così un milione di barbari, duecentomila dei quali in armi, si trovavano dentro l'Impero. Non il valore, non la vittoria, ma la paura e la fuga avevano loro aperto la via. Ma intanto erano entrati, ed erano sofferenti, affamati, irritati per le violenze ed ingiustizie patite. Fritigerno, uomo valoroso, cercò subito raccogliere ed ordinare i soldati, ristabilire su di essi la disciplina, far rinascere la coscienza del proprio valore, della propria forza. Nel che egli era secondato dall'arrivo di sempre nuovi Visigoti ed Ostrogoti che, passato il Danubio, venivano a raggiungerlo, e dalle simpatie mal represse, che i barbari dell'esercito imperiale mostravano per lui ed i suoi. Ben presto si trasferì con essi a Marcianopoli, capitale della Mesia, a settanta miglia dal Danubio. Ivi i Goti si dimostrarono subito uniti e pronti a procurarsi da vivere anche colla forza delle armi. E si capì allora quali gravi conseguenze era per portare la decisione presa da Valente di lasciarli venire. Ma come avrebbe egli potuto impedire che un fiume così impetuoso, rotto l'argine, straripasse?

La diffidenza fu subito da una parte e dall'altra grandissima. Si narra che, avendo il generale romano Lupicino invitato a banchetto i capi dei Goti, essi vennero, pieni di sospetto, con una scorta numerosa. E quando s'era ancora a banchetto, s'udirono grida di Goti e Romani venuti fra di loro alle mani. Fritigerno, sguainata la spada, uscì fuori, ponendosi senza indugio alla testa de' suoi. Ben presto, a poche miglia dalla città, vi fu uno scontro (377), nel quale Lupicino e gl'imperiali furono battuti. Quel giorno, scrive Jordanes, pose fine alle calamità dei barbari ed alla sicurezza dei Romani. Ed in parte era vero. La battaglia era stata per sè stessa di poco momento, ma grandissime ne furono le conseguenze morali. Coloro che erano entrati nell'Impero come fuggiaschi, implorando pietoso aiuto, s'erano a un tratto mutati in numerosi e minacciosi aggressori, che liberamente percorrevano la Tracia, saccheggiando. Tuttavia quando essi circondarono Adrianopoli, vennero facilmente respinti, giacchè, prima delle armi da fuoco, le mura delle città presentavano al nemico ostacoli quasi sempre insuperabili. Ritiratisi nella Dobruscia, furono dai Romani assaliti, con impeto degno degli antichi tempi, in un campo trincerato dai carri e bagagli; ed ebbe luogo una seconda battaglia, che essendo stata d'esito incerto, ne rese inevitabile una terza.

L'imperatore Valente, che in questo mezzo era a combattere i Persiani, saputo della ribellione dei Goti, concluse in fretta la pace, per venire con le sue genti ad affrontarli. Il 9 agosto 378, a dodici miglia da Adrianopoli, ebbe luogo una grossa e decisiva battaglia, nella quale il valore dei soldati romani dette splendida prova di sè; ma vennero guidati con una così inesplicabile incapacità, che la loro disfatta fu inevitabile. Dopo una lunga marcia, sotto il sole ardente di agosto, si trovarono di fronte al nemico, in un luogo così stretto, che non potevano muoversi nè fare libero uso delle proprie armi. Quarantamila di essi incontrarono eroicamente la morte. Di Valente, che era nella battaglia, non si seppe più nulla, e ne fu quindi in diversi modi narrata la fine. La disfatta fu grande, ed alcuni scrittori, esagerando non poco, la paragonarono a quella di Canne. Certo è che quando i Goti si riprovarono ad attaccare Adrianopoli, dove era il tesoro imperiale, vennero respinti con una energia che non si aspettavano. E quando si ritirarono saccheggiando, dando poi l'assalto alle mura di Costantinopoli, ebbero una lezione anche più severa. La cavalleria saracena, assoldata dall'Impero, li inseguì, sui suoi cavalli arabi, con una fulminea rapidità, e con un furore addirittura selvaggio. Uno di essi fu visto correre nudo sul suo cavallo, inseguire un Goto, raggiungerlo, sgozzarlo e beverne il sangue. Ciò mise un gran terrore, perchè i barbari avevano trovato chi era più barbaro di loro.

CAPITOLO V Teodosio

In Oriente adunque non v'era più un Imperatore, e l'esercito era stato battuto. In Occidente, a Valentiniano I era successo il figlio Graziano, il quale, per volere delle legioni, aveva dovuto assumere a compagno il fratellastro Valentiniano II, di soli quattro anni, messo perciò sotto la reggenza della madre Giustina, celebre per la sua bellezza, superata da quella più celebre ancora della figlia Galla. Graziano dette a Valentiniano, cioè alla madre che ne faceva le veci, il governo dell'Italia e dell'Africa. Egli intanto teneva fronte valorosamente, nella Gallia e nella Rezia, ai barbari che cercavano avanzarsi da quel lato. Urgeva però pensare anche all'Oriente, dove il pericolo era maggiore e più vicino. Consapevole della gravità d'un tale stato di cose, e della generale ansietà in cui tutti perciò si trovavano, egli prese una risoluzione assai fortunata. Elesse a suo compagno per l'Oriente Teodosio, nato nella Spagna, la quale aveva già dato grandi imperatori quali Adriano e Traiano. Teodosio era noto pel suo valor militare, per la sua prudenza, e quindi la scelta venne accolta con generale favore.

Senza perdere tempo, egli si recò a Tessalonica, punto strategico, dove raccolse e riordinò l'esercito, cominciando a provarlo in una serie di fortunate scaramucce, che ne rialzarono l'animo, deprimendo quello dei Goti. E quando, per la morte del loro capo Fridigerno, questi cominciarono a dividersi, egli ne seppe profittare, fomentando sempre più la loro discordia, accogliendone parecchi sotto le sue bandiere, mostrandosi loro favorevole per modo, che si fece la reputazione d'amico dei Goti. E così potè nel 382 concludere una capitolazione, con la quale venne ad essi concesso d'abitare stabilmente nella Tracia come foederati. Quali fossero con precisione i patti, nei loro più minuti particolari, noi non lo sappiamo. I Goti restavano come amici nell'Impero, di cui riconoscevano l'autorità, obbligandosi a difenderlo con le armi, ad ogni richiesta. Ebbero case da abitare, terre da coltivare, e i soldati ricevevano anche paga in danaro o in grano. Ma non facevano parte dell'esercito imperiale; restavano uniti come un popolo a sè, sotto i loro propri capi. E qui era il pericolo. Certamente se si pensa che Teodosio li aveva trovati nemici, armati, minacciosi, che scorrevano e saccheggiavano liberamente il paese, senza che fosse possibile ormai cacciare al di là del Danubio, e molto meno distruggere un milione d'uomini, la capitolazione conclusa fu un savio atto di governo. E tale venne generalmente tenuta. Ma intanto l'Impero s'era messo la serpe nel seno. Questi barbari, che potevano da un momento all'altro insorgere, erano il richiamo continuo di altri, i quali passavano il Danubio alla spicciolata, o disertavano le bandiere romane, o spezzavano le catene della schiavitù.

Tuttavia, finchè visse, mercè la sua prudenza e la sua fermezza, Teodosio non ebbe dai Goti altre noie. E la fortuna lo secondava ogni giorno più. Graziano sembrava divenuto adesso un altro uomo. Trascurava il governo e dimostrava un eccessivo favore ai soldati barbarici, per il che le legioni romane, ingelosite, lo deposero, gli dettero per successore Massimo (383), e poi lo uccisero. Massimo ambiva di governar tutto l'Occidente, e quindi, dopo i primi accordi, venne in dissenso con Valentiniano II. Corse in Italia, obbligandolo a fuggirsene con la madre e la sorella in Costantinopoli, dove chiesero aiuto a Teodosio. E questi dapprima esitò, avendo già troppo da fare. Sentiva però i vincoli di gratitudine verso la famiglia di Valentiniano II, e s'era innamorato della sorella di Valentiniano II, che poi sposò, e che ora insieme colla madre lo spingeva alla vendetta. Così fu che nel 388 lo vediamo sulla Sava, alla testa d'un esercito, respingere Massimo, che poi ad Aquileia fu disfatto ed ucciso.

Giustina allora potè tornare in Italia col figlio Valentiniano II, che aveva ormai diciassette anni. Questi era intanto caduto sotto l'assoluto dominio del generale franco Arbogaste, che, essendosi in Aquileia condotto con gran valore, ed avendo colle proprie mani ucciso il figlio di Massimo, pretendeva ora farla addirittura da padrone. Tutto ciò lo fece venire in grande contrasto con Valentiniano, il quale voleva ora mandarlo via. Ma l'insolenza del soldato franco crebbe a tal segno, che l'Imperatore, perduta la pazienza, pose mano alla spada per ucciderlo. Ne fu allora trattenuto dai suoi; ma poco dopo lo troviamo morto (15 maggio 392). Chi disse che s'era ucciso, chi invece che era stato ammazzato dai seguaci d'Arbogaste.