Uno di questi spiriti fu Giuliano, detto l'Apostata, perchè abbandonò il Cristianesimo, nel quale era stato educato. Della famiglia di Costantino, ed uomo d'alto ingegno, venne più tardi iniziato al Neoplatonismo, all'ammirazione della poesia e mitologia greca, al segreto dei misteri eleusini, cominciando esso stesso colle proprie mani a sacrificare in segreto vittime a Venere ed Apollo. Nel primo periodo della sua vita pubblica (355-61), si trovava, col titolo di Cesare, alla testa delle legioni di Gallia, dove acquistò gran nome, combattendo i Franchi e gli Alamanni, che furono cacciati al di là del Reno. Le legioni lo proclamarono Augusto, e dopo la morte di Costanzo (5 ottobre 361), entrò con esse l'undici decembre in Costantinopoli, cercando subito di rimettervi in onore il Paganesimo. E siccome egli era anche un filosofo, e proclamò generale tolleranza, così ebbe il favore di tutti coloro che erano stati o temevano di dover essere perseguitati. Fra questi furono gli Atanasiani in Oriente, e gli Ariani in Occidente, i quali, felici d'essere per ora lasciati in pace, capivano che il trionfo del Paganesimo non poteva ormai essere altro che un fenomeno effimero e passeggiero.

Il sogno di Giuliano era non solo religioso, ma anche politico. Voleva come Pontifex Maximus, per mezzo del Neoplatonismo, far risorgere le antiche divinità; e voleva, qual nuovo Alessandro Magno, marciare alla conquista dell'Oriente. Nel 363, in fatti, alla testa d'un formidabile esercito, s'avanzò contro la Persia, sempre nemica dell'Impero, ed ora in guerra con esso. Passò l'Eufrate, e respingendo il nemico, procedè fra mille difficoltà, attraversando una regione piena di canali, ed inondata. Sempre combattendo, sempre vittorioso, traversò il Tigri, e per togliere ai suoi ogni pensiero di ritirata, fece bruciare le navi, con cui aveva passato i fiumi; s'avanzò nell'interno del paese, che trovò abbandonato e deserto, bruciati i raccolti e le città. Il ritirarsi era divenuto impossibile, e Giuliano combatteva ancora vittoriosamente, quando il 26 giugno 363 venne mortalmente ferito. Nè in quell'ultima ora smentì se stesso, rallegrandosi cogli amici che l'animo suo, liberato dal corpo, s'andava a ricongiungere con Dio. Ed augurò che l'Impero venisse nelle mani d'un uomo giusto. Con lui spariva il suo sogno, e gli succedeva Gioviano, incapacissimo, che per la fretta di ritirarsi a Costantinopoli, cedette al nemico che non era certo vittorioso, varie provincie; ed abbandonò la protezione dell'Armenia, stata sempre fedele all'Impero, disposta anche ora, pur di non essere separata da esso, a difendersi da sè. Così lasciava la porta aperta al nemico, senza nulla aver guadagnato a suo vantaggio personale, giacchè moriva prima di entrare in Costantinopoli nel febbraio del 364.

Un altro fatto, per le sue conseguenze di assai grande importanza, seguì pure durante la controversia tra Ariani ed Atanasiani, e fu la conversione d'una parte dei Goti al Cristianesimo. E ad essa tenne poi dietro a poco a poco, la conversione di tutti i barbari. Era quasi un secolo che i Goti dimoravano nella Dacia, dove cominciarono subito a sentire l'azione della civiltà romana, che in quella regione doveva essere già profondamente penetrata. Ciò vien provato dal fatto, che nonostante la lunga dimora colà delle popolazioni germaniche, nonostante la invasione e la dura oppressione seguita più tardi per opera dei Turchi, e l'essere ancora oggi quella regione circondata da Magiari e da Slavi, serba pur sempre visibilissimo e tenacissimo il carattere romano, come provano il nome di Romania che porta, la lingua che parla, la sua storia e la sua letteratura. Dimorando nella Dacia, i Goti si trovavano inoltre in continuo contatto con l'Impero. E così cominciarono lentamente ad incivilirsi, fino a che sorse fra di essi un uomo veramente grande, il vescovo Ulfila (311-381), che fu il vero iniziatore della loro conversione e della loro cultura.

Egli passò la sua giovinezza a Costantinopoli, dove apprese il greco, il latino, e fu iniziato al Cristianesimo. Dedicò poi la sua vita intera a tradurre la Bibbia, ed a convertire i suoi connazionali, ai quali insegnò anche l'alfabeto gotico, cominciando così a dirozzarli. La sua traduzione, di cui alcune parti son pervenute sino a noi, è il più prezioso ed antico monumento della lingua e letteratura germanica. Si è molto discusso, per sapere quale potè esser la ragione per la quale Ulfila preferì l'Arianesimo alla dottrina atanasiana, tanto più che sino a che non si convertirono al Cattolicismo i Franchi, tutti gli altri barbari divennero ariani. Ulfila però era stato convertito a Costantinopoli, quando vi prevaleva l'Arianesimo, nel quale fu perciò educato. E si può anche ritenere, che alla mente rozza de' suoi connazionali, e in genere dei barbari, che uscivano da un paganesimo grossolano, dovesse essere più agevole ammettere una differenza tra Padre e Figlio, che arrivare, per mezzo della filosofia neoplatonica, al concetto della identica sostanza del Dio trino ed uno.

La conversione dei Goti però, se da una parte ne promosse l'incivilimento, da un'altra li divise più che non erano, indebolendoli di fronte ai Romani. Infatti gli Ostrogoti, che abitavano la Dacia orientale, distendendosi dentro la Russia meridionale, rimasero pagani, come i Gepidi che abitavano la Dacia settentrionale. Si convertì solo una gran parte dei Visigoti, che abitavano al sud-ovest, e si trovavano perciò a contatto coi Romani. A questa divisione religiosa se ne aggiungeva anche una politica. Gli Ostrogoti avevano in Ermanrico, della nobile famiglia degli Amali, un vero e proprio re, che come tale avrebbe dovuto governare su tutti. Ma da essi s'erano separati i Visigoti, dividendosi anche fra di loro. Alcuni di essi, rimasti sempre pagani, stavano sotto Atanarico, ed erano avversi a quelli divenuti cristiani, che, comandati invece da Fridigerno, si tenevano in assai più stretta relazione coi Romani. Atanarico e Fridigerno portavano il titolo di Giudici, forse perchè erano stati in origine di quei capi di Pagi, ai quali, come vedemmo, gli scrittori romani davano nome di Principes o Magistratus, e che amministravano anche la giustizia.

Siffatte divisioni davano ragione a sperare, che, da questo lato almeno, l'Impero potesse lungamente ancora restare sicuro. E ciò tanto più che, quando nel 365 Procopio e Valente combattevan fra di loro, ed una parte dei Visigoti passò il Danubio, per aiutare Procopio, Valente che trionfò del suo competitore, potè, dopo averli ripetutamente combattuti (367-69), costringerli a concludere la pace ed a ritirarsi. Ma avvenimenti improvvisi ed inaspettati, che nessuna mente umana avrebbe potuto mai prevedere, mutarono affatto lo stato delle cose.

CAPITOLO IV Gli Unni

Tutti i popoli, che abbiamo finora incontrati, Greci, Romani, Celti, Germani, appartengono alla stessa famiglia ariana, che dall'Asia sud-ovest, movendosi per direzioni diverse, venne in Europa. Ma ora comparisce per la prima volta sulla scena un popolo affatto nuovo, che faceva parte di un'altra grande famiglia, sostanzialmente diversa, cui si dà il nome di turanica. Esso era destinato ad avere, per qualche tempo, non piccola parte nei destini dell'Impero.

In quel vasto altipiano dell'Asia centrale, che si distende dall'est all'ovest fino ai Monti Ural, e trovasi fra la catena altaica e quella del Tauro, il quale manda le sue diramazioni verso il sud, abita una vasta moltitudine di popoli diversissimi. Sono all'occidente i Finno-Ugri, più all'oriente i Turchi, i Mongoli, i Mandsciù. Non ostante le molte e grandi loro diversità, essi hanno pure costumi e caratteri etnografici comuni. Anche le molte e molto varie lingue che parlano, sono tutte monosillabiche ed agglutinate. Le condizioni d'un clima assai freddo, con un suolo poco fertile, con fiumi che non irrigano abbastanza da poter rendere la terra coltivabile coll'aratro, non hanno mai lasciato uscir dalla vita nomade quelle popolazioni, che dimorano perciò nelle tende, circondate da numerosi armenti di cavalli, di vacche, e secondo i luoghi, d'altri animali. Si cibano principalmente di carne e di latte, dal quale cavano un liquore, che è loro ordinaria bevanda. Si vestono di pelli, vivono a cavallo, occupati sempre, quando non sono in guerra, della caccia anche d'animali feroci, come la tigre, l'orso, il cignale salvatico. Oltre la tenda, non hanno case, nè villaggi o città. Sono poligami e non conoscono altra forma sociale che la famiglia e la tribù. Ma queste tribù aderiscono facilmente le une alle altre, e quando trovano un capo valoroso che le comandi, s'uniscono qualche volta in moltitudini sterminate. Le quali, per la consuetudine che hanno di vivere in continuo moto, sempre in armi, possono, senza alcuna difficoltà, recarsi, colle tende, i carri, le donne, i bimbi, da una regione ad un'altra. Più volte queste popolazioni ebbero una gran parte nei destini del mondo. Di tanto in tanto le vediamo precipitarsi come valanghe dal loro altipiano, inondando, sconvolgendo tutto, formando dei grandi imperi, che sembrano un momento impadronirsi del mondo, per poi scomparire a un tratto con la stessa rapidità con cui si sono formati, per dar luogo più tardi, con uguale procedimento, alla rapida formazione d'altri imperi, che progrediscono e spariscono del pari. I Mongoli, sotto i successori di Gengis Kahn, combattevano nello stesso tempo in Silesia e sotto il muro della China. È sempre un governo militare affidato a numerosi capi di eserciti, i quali governano con assoluto dominio, pagando solo un tributo al loro capo supremo. Qualche cosa di simile si vide anche negli Arabi, sebbene d'altra indole, d'altra razza, i quali si distesero dall'Indostan al Marocco, alla Sicilia ed alla Spagna. È una forma primitiva ed inorganica di Stato, la quale sembra potersi distendere all'infinito, sino a che l'amalgama dei vincitori coi vinti non ne comincia la decomposizione, che procede anch'essa rapidamente.

Queste popolazioni dell'Asia centrale o turaniche, non portano nel mondo nuove idee, ma spesso diffondono quelle degli altri popoli coi quali vengono a contatto. Esse sembrano dalla Provvidenza mantenute nelle loro prime sedi, in uno stato di perenne giovanezza e barbarie, per agitare e rinvigorire il mondo, ogni volta che intorpidisce e decade. A questa vasta famiglia di popoli appartenevano gli Unni, ritenuti antenati degli Avari e di quei Magiari che più tardi occuparono l'Ungheria, dove sono anche oggi. Erano Finni, che dimoravano nell'Ural. Nel quarto secolo, spinti forse da altre popolazioni più orientali, si precipitarono a un tratto verso il sud, con una furia indicibile, ispirando un terrore universale, producendo un grande spostamento di popolazioni verso l'occidente. Nel 374 piombarono sugli Alani, nella Russia orientale, e dopo averli disfatti, ne aggregarono una parte ai loro eserciti, che così ingrossarono, spingendosi fino alla Palude Meotide o Mare di Azov, dove si fermarono alquanto, prima d'avanzarsi verso i Goti. Il grande terrore che ispirarono in tutti apparisce assai chiaro nelle descrizioni che ce ne lasciarono i cronisti, nelle leggende che intorno ad essi si formarono. Jordanes, il più antico storico dei Goti, che nella metà del sesto secolo, compilò la sua storia su quella che fu scritta da Cassiodoro, e che andò poi perduta, dice di questi Unni, nomadi, pagani e poligami: «Sono più barbari della stessa barbarie. Non conoscono nessun condimento al cibo, nè usano fuoco a cuocerlo. Mangiano cruda la carne, dopo averla tenuta qualche tempo fra le loro gambe e il dorso dei cavalli che cavalcano. Piccoli di statura, agili di membra e robusti, sempre a cavallo; la loro faccia, più che a viso umano, somiglia ad un pezzo informe di carne, con due punti neri e scintillanti, invece di occhi. Hanno pochissima barba, perchè usano tagliar col ferro il viso dei loro bimbi, acciò imparino prima a sopportar le ferite, che a gustare il materno latte. Adorano per loro Dio una spada infissa nel suolo, e sotto forme umane vivono come animali. Nacquero dal connubio di spiriti maligni con streghe cacciate nelle foreste dai Goti, alla cui rovina esse li generarono. Questi medesimi spiriti furon quelli che insegnarono loro la via da tenere nell'andare all'assalto dei Goti. E fu in questo modo. Andando alcuni Unni a caccia, s'imbatterono in una cerva misteriosa, la quale, volgendosi nel suo cammino continuamente indietro, pareva li invitasse a seguirla. Così fecero. E dopo che essa ebbe, camminando, mostrato loro come e dove poteva facilmente passarsi la Palude Meotide, scomparve a un tratto, segno manifesto che essa era veramente uno degli spiriti maligni avversi ai Goti.»