L'Impero venne diviso in quattro Prefetture dell'Italia, della Gallia, dell'Illirico, dell'Oriente. Il potere civile fu nettamente diviso dal militare, e procederono parallelamente, emanando però ambedue dall'Imperatore, capo supremo, che circondato dai suoi ministri, comandava ad ognuno. I Prefetti del Pretorio, abbandonato del tutto quel potere militare che avevano avuto in passato, furono messi, coi poteri esclusivamente civili, alla testa delle Prefetture, divise in Diocesi sotto i Vicari, e queste in Province sotto i Presidi, Consolari o Correttori. Seguiva poi una lunga serie di minori ufficiali, che si distendevan su tutto l'Impero, con attribuzioni e gerarchie minutamente, precisamente determinate, per meglio amministrare, e sopra tutto più rapidamente riscuotere le tasse. Lo stesso fu fatto nell'esercito coi suoi Magistri militum (peditum et equitum), sotto cui erano i Duces, i Comites, discendendo con pari ordine sino ai gradi ultimi. Questa riforma prolungò senza dubbio la vita dell'Impero, dandogli maggiore ordine, unità e disciplina, rafforzando l'esercito. Ma essa aumentò anche le tasse e le vessazioni del fisco nel riscuoterle; sottopose l'Impero ad una vasta rete burocratica, con le inevitabili e dannose conseguenze, che non tardarono molto a farsi sentire. Roma, col suo Senato, il quale conservava parte dell'antico splendore, non però l'antico potere, ebbe un suo proprio Prefetto (Praefectus Urbi). Essa e l'Italia furono ridotte alla condizione di province, sottomesse non solo al governo, ma anche alla tassa provinciale sui terreni. Già da un pezzo Roma era solo di nome capitale dell'Impero. Infatti Diocleziano ed i suoi tre colleghi risiedevano a Nicomedia, presso il Mar Nero; a Sirmio, non lungi da Belgrado; a Treveri, a Milano. Il vero è che la necessità di difendere la linea del Reno, del Danubio, ed anche dell'Eufrate, a cagione della continua guerra persiana, spostava da un pezzo verso l'oriente il centro di gravità dell'Impero, come si vide adesso anche più chiaramente.

Costantino, lo abbiamo già detto, condusse a compimento la riforma di Diocleziano. Ma sotto questo Imperatore vi fu una dura persecuzione dei Cristiani, e Costantino invece, riconoscendo la forza irresistibile della nuova religione, l'adottò solennemente, sperando con essa di rafforzare l'Impero. L'altro fatto che, nella sua vita, ebbe una grande importanza storica, fu il trasferimento della capitale da Roma a Bisanzio, sul Bosforo. La scelta della nuova capitale, che da lui ebbe il nome di Costantinopoli, fu assai felice. Essa era non solo più vicina al Danubio, ed un centro commerciale di primissimo ordine, che poteva essere facilmente approvvigionato dall'Egitto; ma era anche strategicamente come una fortezza resa inespugnabile dalla natura. E ciò fu provato dalla resistenza che per molti secoli potè fare contro innumerevoli nemici, mentre che Roma veniva invece di continuo presa e saccheggiata.

Le conseguenze di tutto ciò furono molteplici. Roma e l'Italia si sentirono come abbandonate, lasciate fuori della vita politica. L'unione del Cristianesimo coll'Impero, ambedue di carattere universale, faceva naturalmente sorgere il concetto d'una Chiesa universale, la quale infatti s'andò subito formando e modellando sulle istituzioni stesse dell'Impero. Ricordando il suo passato, ora che cessava d'essere la capitale politica, Roma si sentiva spinta a divenire la capitale religiosa del mondo. Il suo vescovo volle essere non solo il successore di S. Pietro; ma anche di Romolo e di Remo, di Cesare e di Augusto, formando un impero religioso non meno vasto, non meno potente e più solido di quello politico, che ormai minacciava rovina. Ed in ciò era mirabilmente secondato dalle popolazioni italiane, nelle quali la vita religiosa cominciò a manifestare un'attività, che fra poco doveva divenire così febbrile, così generale da confondersi con la vita stessa di tutta la nazione. Se non che l'imperatore Costantino, che era alla testa dell'Impero, cominciato con lui a divenir cristiano, voleva porsi anche alla testa della Chiesa. Convocava e presiedeva i Concili, prendeva parte alle dispute teologiche, faceva pesare la sua autorità nel deciderle, e proclamava le decisioni prese. Eran tutte cose che il vescovo di Roma non poteva tollerare a lungo, spesso anzi già combatteva. Così si ponevano fin d'ora i primi germi di quelle lotte che riempirono poi tutto il Medio Evo. Lo Stato venne ben presto a conflitto con la Chiesa; lo spirito religioso dell'Oriente, l'Imperatore ed il patriarca di Costantinopoli con lo spirito religioso dell'Occidente e col vescovo di Roma, contribuendovi non poco l'indole intellettuale e morale, affatto diversa, delle due popolazioni.

Una prova di ciò si ebbe ben presto nella disputa teologica sorta fra Ariani ed Atanasiani, che si diffuse come un rapido incendio da un capo all'altro dell'Impero. A noi può sembrare oggi assai strano che una sottile controversia sulla Trinità potesse allora tanto agitare gli animi. Si trattava però non solamente d'un domma fondamentale nel Cristianesimo, ma del concetto stesso di Dio e delle sue relazioni con l'uomo. Iddio si presenta alla nostra ragione come causa prima, al nostro sentimento come provvidenza benefica, il che lo avvicina a noi, facendogli assumere forma quasi personale ed umana. Il Cristianesimo soddisfece a questo doppio bisogno del nostro animo, riconoscendo in Dio Padre il creatore del mondo, in Gesù Cristo, suo figlio, lo stesso Dio, che assume forma umana, e subisce la morte per redimerci dal peccato e salvarci. Lo spirito greco, che in sostanza è il creatore della teologia cristiana, cominciò ben presto a sottilizzare, ed Ario sostenne che il Figlio, essendo stato creato dal Padre, non poteva essere identico a lui, non poteva essere ab aeterno, doveva avere un principio, sia pure quanto si voglia remoto.

Contro questo concetto insorse Atanasio, che in Alessandria era stato educato alla filosofia di Platone, che aveva considerato Iddio sotto il triplice aspetto di causa prima, di logos o ragione, di spirito animatore dell'universo. Sostenne perciò risolutamente il concetto del Dio trino ed uno, già penetrato nel Vangelo di S. Giovanni, e disse ad Ario: — Colla vostra dottrina voi negate la divinità di Gesù Cristo. Il Figlio è della stessa sostanza (homoousios) del Padre. — E voi, gli rispondeva Ario, ammettete non più un Dio solo, ma due. — Sinodi e Concili si successero allora rapidamente gli uni agli altri. Vescovi e prelati erano di continuo in moto, a segno tale da far dire perfino che si disorganizzavano le poste dell'Impero. Per le vie, per le piazze, nelle chiese, nelle case non si parlava che del Padre e del Figlio, della loro sostanza identica o no. Il Concilio di Nicea (325), radunato da Costantino, proclamò la dottrina di Atanasio; ma l'Oriente inclinava decisamente a quella di Ario. I suoi seguaci cercarono dei mezzi termini, secondati in ciò da Costantino, il quale, anche per ragioni politiche, si sforzava di mantenere l'unità religiosa dell'Impero. Alcuni, che presero nome di semiariani, dissero che il Figlio era non di sostanza identica (homoousios), ma pur simile (homoiousios) a quella del Padre. Tutta la differenza, osserva qui il Gibbon, si riduceva ad un dittongo, ad una sola lettera dell'alfabeto. Ma ciò non poteva bastare a far cessare l'ardore della controversia. Altri, adottando la formola detta di Sirmio, dal luogo dove fu concordata, cercavano evitare la disputa, sfuggendola con parole vaghe. Atanasio però non ammetteva transazioni di sorta, e respingeva ogni accomodamento. Accusato, calunniato dagli avversari, perseguitato dall'imperatore Costanzo, figlio di Costantino, deposto da patriarca d'Alessandria, cacciato in esilio, continuò la sua propaganda. Rimesso nella sua sede, ripigliò con più audacia che mai l'opera propria. E quando, nella notte del 9 febbraio 356, la chiesa in cui ufficiava fu circondata dalle milizie imperiali, egli, fermo sulla sua sedia, continuò la lettura dei Salmi, nonostante le insistenze de' suoi fedeli, che lo scongiuravano di porsi in salvo; ed ordinava invece che si mettessero essi al sicuro. In fine, quando i soldati s'avanzavano minacciosi contro di lui, ed egli era restato con pochi dei suoi, scomparve improvvisamente con essi, come per miracolo, e si ritirò nella Tebaide, donde continuò la sua propaganda.

Che un uomo solo, di carattere energico, eroico, mostrasse tanta fermezza nella propria fede, non era allora un fatto nè isolato nè strano. Ma ciò che dava alla battaglia da Atanasio così valorosamente sostenuta, un grande valore storico, era il fatto che dietro a lui stava tutto l'Occidente, con alla testa il vescovo di Roma, Liberio. Questi apertamente lo sosteneva, negando all'Imperatore il diritto di deporlo, parlando come se già la Chiesa di Roma fosse superiore a quella di Costantinopoli, e indipendente affatto dall'Impero. Quando si cercò di vincerlo con le lusinghe, inviandogli ricchi donativi, li fece deporre sulla soglia di S. Pietro, perchè non profanassero il tempio del Signore. Quando si volle ricorrere alla forza, ne nacque un così violento tumulto, che solo di notte e di nascosto si potè portar via il Papa a Milano. Ivi, per indurlo a sconfessare Atanasio, gli venne offerta grossa somma di denaro. Ma la respinse indignato, dicendo: «Serbasse l'Imperatore il denaro per pagare i suoi soldati.» Ed all'eunuco che insisteva, aggiunse: «Un ladro tuo pari osa farmi limosina come ad un colpevole? Comincia col farti buon cristiano prima che tu osi rivolgermi la parola.» E piuttosto che cedere, accettò l'esilio.

L'Imperatore gli fece succedere a Roma il vescovo Felice. Ma il popolo disertò le chiese, nè mai lo riconobbe. Quando Liberio, oppresso dagli anni e dai malanni, si lasciò indurre ad accettare la formola incerta di Sirmio, l'Imperatore lo fece tornare a Roma, avendo la strana illusione, che potesse ivi risiedere insieme con l'antipapa Felice. Ma il popolo insorse furibondo, uomini e donne, giovani e vecchi, gridando unanimi: Un Dio, un Cristo, un Vescovo solo! (357). Essendosi Felice provato a resistere, si pose mano alle armi, e così fu messo in fuga. Liberio entrò invece trionfante. Non si tenne però conto alcuno dell'avere esso accettato la formola di Sirmio. Pei Romani l'accettazione fu come non avvenuta.

Questa lotta così vivace poneva in evidenza più cose. E prima di tutto si cominciava a veder chiaro, che lo spirito sempre pratico della Chiesa di Roma era deliberato a mantener salda l'unità della fede, senza venire a transazioni di sorta, senza spaventarsi di nulla, evitando le troppo sottili distinzioni teologiche, alle quali la stessa lingua latina ripugnava, mentre la greca invece mirabilmente vi si prestava. Essa restò inesorabilmente ferma al concetto del Dio trino ed uno della dottrina atanasiana, destinata a trionfare. Si vide oltre di ciò, che il vescovo di Roma assumeva di fronte all'Imperatore una posizione indipendente di capo della Chiesa universale. In Italia, sopra tutto a Roma, s'era nelle catacombe andata formando una generazione nuova, che lo sosteneva, piena di audacia e di avvenire, senza paura nè dell'Imperatore, nè del suo esercito.

Non v'ha dubbio però che la disputa fra Ariani ed Atanasiani aveva diviso i Cristiani. E questo dovette agevolare la via ad un tentativo singolare davvero, ma non senza importanza storica, il quale ebbe luogo appunto allora, e mirava niente meno che a far risorgere il Paganesimo. S'era già visto a un tratto, con inaspettata rapidità, diffondersi in Roma, fra le classi più colte, una nuova dottrina filosofica col nome di Neoplatonismo, venuta d'Alessandria, per opera sopra tutto di Plotino (205-270) e del suo discepolo Porfirio. Con un misticismo e simbolismo orientale, svolgendo la filosofia di Platone, essa esaltava il concetto del divino nel mondo e nell'anima umana, la cui suprema felicità faceva consistere nella contemplazione di Dio, col quale essa cercava confondersi. Questa dottrina, che da una parte mirava alla risurrezione e riabilitazione del culto delle divinità pagane, da un altro risentiva visibilmente l'azione del Cristianesimo che essa, per mezzo del simbolismo, presumeva di porre in armonia con quelle. Era un fenomeno singolare, il quale sembra ricordare ciò che avvenne nel secolo XV, quando Gemisto Plotone voleva anch'esso, per mezzo del Neoplatonismo, rimettere fra noi in onore le antiche divinità greche. Se non che i tempi erano molto diversi. Nel quarto secolo era assai maggiore la forza del Paganesimo, e più viva assai nelle moltitudini la fede cristiana.

Certo è che Plotino predicava con grande esaltamento la sua dottrina, e trovò in Roma ardenti seguaci. Egli aveva un supremo disprezzo pei beni di questo mondo, e si doleva perfino d'avere un corpo, perchè lo credeva di ostacolo alla divina contemplazione, la quale tuttavia, secondo il suo discepolo Porfirio, gli fu più volte concessa. L'oracolo aveva proclamato, che il genio che l'accompagnava era esso stesso divino. E morendo, le sue ultime parole furono: «Io faccio un ultimo sforzo per condurre ciò che v'ha di divino in me, a ciò che v'ha di divino nell'universo.» A Roma venne nella sua età di quaranta anni, ed acquistò subito una incontestata autorità. A lui ricorrevano tutti come ad arbitro, ed i morenti gli affidarono più volte la cura dei propri beni e delle loro famiglie. L'imperatore Gordiano fu tra i suoi seguaci, e fra di essi si trovavano anche parecchi senatori, uno dei quali, Rogaziano, s'era così esaltato nella nuova dottrina, che per essa abbandonò la cura dei propri beni, liberò i suoi schiavi, ricusò i più alti uffici. Tutto ciò è un'altra prova di quella vitalità morale, che continuava ancora nella società pagana della decadenza, sebbene da molti sia negata. Se non che il Neoplatonismo, più ancora dello Stoicismo, era una dottrina filosofica, capace di esaltare solo alcuni pochi spiriti eletti, troppo pieni delle idee del mondo pagano, per potere accettare senz'altro la dottrina del Vangelo.