Se ora, gettando uno sguardo generale su quanto abbiam detto, paragoniamo la società romana alla barbarica, il contrasto apparirà assai evidente. La prima era formata da una popolazione urbana, divisa in un gran numero di città collegate da strade, con campagne deserte, coltivate da schiavi o coloni. La seconda era invece una società rurale, sparsa pei campi che liberamente coltivava. E sebbene anche in essa vi fossero nobili e schiavi, v'era tuttavia un'assai maggiore uguaglianza. La differenza delle fortune si limitava più specialmente al numero degli armenti. La proprietà collettiva della terra contribuiva non poco a riunire gl'interessi di tutti, che colle armi difendevano il territorio comune, e nelle popolari assemblee deliberavano insieme. Quasi nulla era l'azione dello Stato, che in realtà non esisteva, e tutto aveva un carattere personale. La pena era una vendetta affidata all'offeso ed ai suoi parenti, e si poteva comporre dando soddisfazione ad essi, non alla comunanza. I legami di sangue costituivano la base stessa della società, ed in parte anche dell'esercito, ordinato in gruppi di parentele. A Roma invece predominava su tutti lo Stato, e la società era fondata interamente sulle relazioni giuridiche. I Romani erano stati inoltre i primi a creare la proprietà privata, liberandola dalla forma arcaica, dando così uno slancio febbrile all'attività individuale, al progresso sociale. Ma nella lotta per l'esistenza i più forti e più fortunati spogliarono i più deboli, e distruggendo la piccola proprietà, crearono i latifondi. Si ebbero da una parte fortune enormi; dall'altra una moltitudine tumultuosa di nullatenenti affamati, cui s'aggiungeva un esercito che aggravava ognuno di tasse.
Se ora per un momento, colla nostra immaginazione, ci provassimo a fondere insieme queste due società, noi vedremmo da un lato sorgere maggiore ordine e disciplina, con l'idea dello Stato, della legge, del diritto impersonale; dall'altro vedremmo rinascere la piccola proprietà, ripopolarsi le campagne di liberi agricoltori. Ma queste chimiche combinazioni nella storia si fanno solo con la violenza, con la guerra; e però nell'urto sanguinoso delle due società, una, pur modificando sè stessa, doveva vincere ed abbattere l'altra. Chi doveva vincere? La società romana era una vasta, maravigliosa organizzazione, con una grande forza espansiva ed assimilatrice. Se non fosse stata minacciata da interna decomposizione, avrebbe di certo potuto continuare a sottomettere, a riunire ed assimilare nuove genti, respingendo qualunque assalto. È quello che aveva fatto per più secoli. Se non che, colle vittorie crescevano gli elementi di decomposizione all'interno, di debolezza all'estero. E intanto le popolazioni germaniche tornavano continuamente all'assalto, spinte dal bisogno irresistibile di nuove terre da coltivare, bisogno che tutte spingeva verso l'occidente. Si avanzavano tumultuose, in numero sempre maggiore, sempre crescente, come le onde di un mare in tempesta.
Fortunatamente per l'Impero, questo mare germanico, diviso in una moltitudine di popoli diversi, di continuo in guerra fra di loro, non aveva unità nazionale, come era provato dal fatto, che nel chieder nuove terre essi si offerivano spontanei a servire sotto le bandiere dell'Impero, e combattevano con valore contro i propri connazionali. Molte infatti delle battaglie romane contro i barbari furon vinte con soldati germanici. Questo poteva far nascere l'illusione, che fosse possibile, per mezzo della disciplina, impadronirsi d'una gran parte di loro, ed assimilarli, per sottomettere, con essi, stabilmente gli altri. Ma l'esempio di Arminio dimostrava la vanità d'una tale illusione. I barbari educati sotto le bandiere romane, divenivano soldati e capitani eccellenti; ma non perdevano mai il loro carattere germanico, fieramente avverso al nome romano ed all'Impero, che pur tanto ammiravano. Anche quando non bastava a tenerli uniti la comune origine, li univa il comune odio. Nè questo, per benefizi ricevuti, si estingueva mai. I più grandi nemici di Roma, quelli che distrussero l'Impero, Alarico, Odoacre, Teodorico, erano stati educati nelle legioni romane. Il sentimento della comune origine, se nei tempi ordinari di calma s'infiacchiva, di fronte ad un pericolo comune, sopra tutto quando trovavano un capo valoroso che li guidasse, si ridestava potentemente, e riusciva ad unirli con una fulminea rapidità, in vastissime confederazioni, animate da uno stesso furore. Si avanzavano allora come un sol uomo, con un impeto irresistibile. Ciò s'era visto fin dal tempo dei Cimbri, di Ariovisto, di Arminio, e continuò a ripetersi continuamente. Questa unione, è ben vero, non durava a lungo. Dopo il pericolo imminente si scioglieva; ma finchè durava, poteva da un momento all'altro riuscire fatale all'Impero, massime se si pensa al numero stragrande di genti che la Germania poteva mettere in armi, ed al numero già grandissimo di barbari che erano nell'esercito e fra gli schiavi romani. Se non che, una volta aperta la breccia sul Reno o sul Danubio, ed inondato l'Occidente, ai barbari sarebbe stato assai difficile, anzi impossibile, organizzare qualche cosa di stabile. Questo, essi, lo sentivano, ed era un'altra causa di debolezza, perchè scemava non poco la loro fiducia in se stessi, di fronte all'Impero, che vedevano sempre fortemente costituito, civilmente non meno che militarmente; e però lo ammiravano come qualche cosa di sacro ed eterno, nel momento stesso che lo aggredivano con tanto furore.
Ma i guai, come abbiamo già visto, erano dall'altro lato anche maggiori. Per poco che quella mirabile unità, che riannodava e stringeva tutte le forze molteplici dell'Impero, dinanzi all'impetuoso urto barbarico, si fosse anche per un momento solo spezzata, avesse in qualche punto ricevuto un forte strappo, tutto sembrava a un tratto minacciare rovina, appunto perchè tutto era collegato, e da questo collegamento riceveva la forza e la vita. L'individuo, educato a vivere per lo Stato e sotto la sua protezione, non capiva come senza di esso si potesse esistere. Quando appena si sentiva abbandonato a se stesso, era come un atomo perduto nel caos; non immaginava neppure che fosse possibile resistere a quella società germanica, di cui ognuno s'avanzava con una sete feroce di sangue. Era un sentimento simile a quello di chi veda improvvisamente, per tremuoto, crollare le case, e senta il terreno mancargli sotto i piedi, o si trovi chiuso in un teatro minacciato d'incendio. Questo sentimento invece era affatto ignoto ai barbari, i quali facevano parte d'una società divisa e suddivisa non solo in popoli, ma in gruppi o cantoni diversi, che colla massima facilità si univano e si separavano, per riunirsi di nuovo. Quando una Civitas era vinta e decomposta nei suoi Pagi, questi facilmente si reggevano da sè soli, o si fondevano con quelli di un'altra, senza perciò sentirsi punto sgomenti. L'individuo, che per la distruzione del villaggio o del gruppo cui apparteneva, si fosse trovato isolato e abbandonato, usato com'era nella foresta, a contare sopra tutto sulla forza del suo braccio e sul suo coraggio personale, non provava nessuno sgomento, si univa facilmente a quelli che prima incontrava. Tutto questo fece assai spesso credere ai barbari, e fece a molti ripetere poi, che dinanzi ad essi i Romani si spaventavano e tremavano come donne. E ciò, sebbene questi li avessero poco prima disfatti, ed ogni volta che riuscivano a riannodare le fila spezzate, tornassero a vincerli ed a metterli in precipitosa fuga.
Così fu che per circa due secoli e mezzo l'Impero dovè non solo respingere i continui assalti parziali d'oltre Reno e d'oltre Danubio; ma più di una volta si trovò di fronte a formidabili eserciti di barbari confederati, che penetrarono dentro l'Impero, e resero necessarie a salvarlo battaglie addirittura gigantesche. Una di queste fu quella da noi già ricordata, combattuta da Marco Aurelio. A un tratto, non si sa come nè perchè, forse cacciate da altre genti, si videro le popolazioni germaniche avanzarsi, riunite in una immensa moltitudine, nella quale primeggiavano i Marcomanni ed i Quadi. Penetrarono nella Dacia, passarono il Danubio, invasero l'Impero, e per la prima volta il sacro suolo d'Italia venne toccato dal piede di soldati germanici (167 d. C.). Fu allora che Marco Aurelio, abbandonati i suoi studi, assunse il comando dell'esercito, e conducendosi da gran capitano, in una serie di battaglie fortunate, respinse il nemico al di là del confine, e combattè sino alla sua morte, seguita il 17 marzo 180. Ma in quella lunga e gloriosa lotta, si vide che le forze dell'Impero cominciavano ad esaurirsi. Era stato necessario combattere i barbari con altri barbari, ed alcuni di essi si erano anche dovuti accogliere dentro i confini, esempio pericoloso che più tardi riuscì funesto. Tuttavia si potè continuare per un secolo ancora a vivere abbastanza tranquilli, fino a che gli stessi eventi, ripetendosi in proporzioni sempre maggiori, portarono finalmente conseguenze assai più gravi.
Infatti un'altra di queste grandi battaglie si dovè dare contro i Goti, sui quali dobbiamo ora un istante fermarci, perchè furono essi che dettero più tardi il colpo mortale all'Impero. Una opinione largamente diffusa, li fa venire dalla Scandinavia, di dove, per ragioni a noi ignote, si sarebbero avanzati verso il sud. A tempo degli Antonini li troviamo nella Prussia orientale, alla bocca della Vistola; circa la metà del terzo secolo erano nella Russia meridionale, verso il Mar Nero, insieme coi Gepidi, divisi in Ostrogoti e Visigoti, cioè Goti orientali ed occidentali. Questa derivazione dalla Scandinavia e questo lungo cammino verso il sud è messo in dubbio da altri scrittori, i quali ritengono invece che i Goti siano addirittura popolazioni germaniche orientali, e più che un popolo, un amalgama di genti diverse, le quali si distesero al nord ed al sud, avanzandosi poi verso l'occidente. Alcuni li fecero derivare dai Geti, coi quali vorrebbero confonderli. Sono però questioni difficili a risolversi con certezza, anche perchè nel Medio Evo il nome di Goti si dava a genti assai diverse.
Comunque sia di ciò, dalla Russia meridionale, avanzandosi verso occidente, cominciarono ad assalire i confini dell'Impero, che, come dicemmo, erano, sin da quando s'era fatta l'annessione della Dacia, divenuti da questo lato assai più deboli. E dopo molti assalti sanguinosi, si mossero finalmente nel 268, con un formidabile esercito, ad una vera e propria invasione, menando seco le donne ed i vecchi. Trovarono però anche questa volta virile resistenza nelle legioni romane, comandate dall'imperatore Claudio. Questi scriveva al Senato che, nonostante il disordine in cui i suoi predecessori avevano lasciato l'Impero, nonostante la mancanza d'armi e d'ogni cosa più necessaria, s'avanzava per difenderlo contro un esercito di 320,000 Goti, che avevano già passato il confine, deciso a vincere o morire. Un sì gran numero di armati è probabilmente esagerato, essendovi forse compresi anche i non combattenti. E così pure deve ritenersi esagerato il numero di 6000 navi, che alcuni danno ai Goti, e che altri riducono a sole 2000. In ogni modo, trattavasi d'una invasione, di cui non s'era mai vista l'uguale, e che pure in due grandi battaglie (268 e 269) fu vinta e respinta da Claudio. La prima ebbe luogo a Naissus, nella Serbia, e fu d'incerto resultato. Pure coloro stessi che la dissero perduta dai Romani, ammisero che vi perirono 50,000 Goti. Nella seconda battaglia questi furono dalla cavalleria romana chiusi nei Balcani, ove dalla fame, dalla peste e dal ferro vennero quasi totalmente distrutti. Dei sopravvissuti una parte si salvò colla fuga, altri rimasero prigionieri o schiavi addirittura, altri accettarono di servire nelle legioni romane. Molta fu la preda, e così grande in essa il numero delle donne, che ogni soldato romano ne ebbe due o tre per sua parte. Il che viene a confermare sempre più, che si trattava non d'un esercito solamente, ma d'una vera e propria invasione. Claudio allora scriveva di nuovo al Senato, dicendo: — Ho disfatto un esercito di 320,000 Goti, ho mandato a picco 2000 delle loro navi. — E per questi fatti egli ebbe il soprannome di Gotico. Ma il gran numero di cadaveri fece scoppiare una peste crudelissima, che uccise anche lui, il quale così potè dirsi vittima della sua stessa vittoria.
Questa vittoria era certamente una prova novella della forza ancora grandissima dell'Impero. Ma quello che nello stesso tempo dimostrava le forze inesauribili dei barbari, si fu il vedere che, dopo perdite così enormi, essi continuarono i loro assalti senza interruzione. È chiaro che le perdite erano subito risarcite da altre e diverse genti, le quali da ogni parte sopravvenivano. L'imperatore Aureliano (270-75), che successe a Claudio, ed era buon soldato, non meno che accorto politico, dopo avere valorosamente resistito, finì col venire ad un accordo, cedendo spontaneamente ai Goti la Dacia, a patto che non avrebbero passato il Danubio. E così si abbandonava ai barbari una provincia fertile, in gran parte già romanizzata, dalla quale moltissimi de' suoi abitanti dovettero emigrare. Si restringevano però, secondo i consigli di Augusto, i confini dell'Impero alla linea più sicura del Danubio. Di ciò infatti Aureliano venne generalmente lodato; e vi fu coi Goti quasi un altro secolo di pace relativa, interrotta solo da tre guerre, mosse a tempo di Costantino, nelle quali essi furono sempre respinti, l'ultima volta con la perdita, si dice, di 100,000 uomini, morti di fame, di freddo e di ferro. Tuttavia questa linea del Danubio, da lungo tempo indifesa, rimaneva ora il lato più vulnerabile dell'Impero. I Goti si trovavano nella Dacia in grandissimo numero, e andavano aumentando pel continuo sopravvenire di nuove genti. E ciò, quando era andato sempre crescendo il numero dei barbari che facevan parte di quell'esercito, che doveva contro altri barbari difendere il Danubio.
CAPITOLO III La riforma dell'Impero — Diocleziano e Costantino — L'agitazione religiosa — Ariani ed Atanasiani — Neoplatonismo — Giuliano l'apostata — Il vescovo Ulfila, e la conversione dei Goti
I pericoli continui a cui l'Impero si trovava esposto, avevano fatto più volte sentire la necessità d'una riforma, la quale fu infatti condotta a compimento da Diocleziano (284-305) e Costantino (323-337). Primo suo scopo era il bisogno di dare una maggiore unità amministrativa e militare, concentrando il potere nelle mani dell'Imperatore, facendone un vero autocrata, conferendogli anche un carattere sacro e religioso. A rendere più agevole l'opera del governo, sopra tutto ad evitare i continui pericoli delle tumultuose successioni, Diocleziano s'era associato, col titolo di Augusto, Massimiano; poi altri due, Costanzo e Galeno, col titolo di Cesari. La divisione del governo non portava quella dell'Impero, che restava sempre affidato alla suprema sua direzione. Ogni volta che uno dei quattro governanti moriva, i tre superstiti dovevano eleggere il successore, e così si sperava di evitare le scosse ed agitazioni continue. Ma questa parte della riforma fallì interamente allo scopo. Infatti, dopo l'abdicazione di Diocleziano, l'Impero cadde, per circa venti anni (305-323), in preda a continui tumulti, fino a che non successe, unico imperatore, Costantino, il quale condusse a compimento la parte veramente utile e necessaria delle riforme di Diocleziano.