Ed è il concetto che domina anche più esplicitamente nella Germania di Tacito, la fonte principale che abbiamo, per conoscere un po' più da vicino quelle popolazioni. Le notizie che ci dà Cesare sono poche e frammentarie, ma chiare e precise, suggerite dalla sua osservazione, dalla sua esperienza personale. Tacito invece ci dà addirittura un breve trattato sul paese. Non sappiamo con certezza se egli lo avesse davvero visitato. In ogni modo ne vide, se mai, una piccola parte, e le notizie che ci dà sono il più delle volte di seconda mano, cavate da Cesare, che egli chiama summus auctor, e da altri, che erano stati oltre Reno. A ciò si aggiunge, che il suo scritto ha uno scopo, anzi una tendenza politica e morale visibilissima. Egli s'era persuaso (simile in ciò agli scrittori del secolo XVIII) che i popoli primitivi, più vicini allo stato di natura, sono perciò, come erano stati gli antichi Romani, più puri, più onesti e valorosi di quelli che una civiltà raffinata ed artificiale ha corrotti, come era seguito ai Romani del suo tempo. Ispirato da un ardente patriottismo, con un sentimento quasi profetico della rovina che minacciava l'Impero, voleva scongiurarla col ricondurre i suoi connazionali all'antica virtù. E quindi descriveva con entusiasmo, esaltava, idealizzava la vita, i costumi dei barbari. Egli è certo un grande storico e pensatore; ma, a differenza di Cesare, sempre chiaro, sobrio e preciso, è anche un manierista, il cui stile vigoroso, ma spesso anche oscuro, si presta a molte e diverse interpetrazioni. Ciò ha dato luogo a dispute infinite, massime quando egli non va pienamente d'accordo con Cesare, il che gli succede spesso. Ma siffatte divergenze hanno un'assai facile spiegazione. Tacito scriveva un secolo e mezzo dopo di Cesare, ed a suo tempo la Germania s'era non poco mutata. Il lungo contatto avuto dai barbari coi Romani, l'avere in questo mezzo trovato chiuso il passaggio del Reno e del Danubio, quando forse altre popolazioni li sospingevano dall'oriente, tutto questo cominciò a rendere impossibile quella vita seminomade dei tempi di Cesare, e li costrinse a prendere sulla terra occupata una dimora, in parte almeno, più stabile.

Comunque sia di ciò, Tacito descrive anch'esso gli abitanti della Germania in uno stato di barbarie, ignari delle lettere dell'alfabeto, con scarsa conoscenza dei metalli, tanto che ne facevano poco uso anche nelle armi; con nessuna conoscenza della moneta, della quale solamente coloro che erano ai confini avevano appreso l'uso dai Romani. Occupati anch'essi, come i loro antenati, principalmente nella caccia e nella guerra, lasciavano per quanto potevano la cura della casa e la cultura dei campi alle donne ed ai vecchi. Si cibavano tuttavia, più che altro, del prodotto dei loro armenti. Conoscevano il frumento e ne cavavano una bevanda, che usavano invece del vino. Temperati in tutto, meno che nel bere e nel giuoco, non vestivano più di sole pelli, ma usavano mantelli di lana. Le loro antiche divinità avevano cominciato ad assumere una forma personale, e Tacito cerca assomigliarle alle romane. Il Tius (Dyaus vedico), Dio supremo del cielo luminoso, divenuto, pel carattere bellicoso del popolo, anche Dio della guerra, è da lui confuso con Marte, e messo perciò in secondo luogo; in primo egli pone invece Wuotan (l'Odino dell'Edda), il Dio dell'aria e delle tempeste, che chiama Mercurio. Donar,[4] figlio di Wuotan, Dio dei fulmini e dei tuoni, dotato di forza prodigiosa, è confuso ora con Ercole, ora con Giove. Queste e le altre poche divinità hanno passioni umane, lottano fra di loro, si mescolano alle querele degli uomini. Ad esse s'aggiungeva una quantità di demoni, che popolavano l'aria, la terra, l'acqua, i boschi, i monti. Un ordine sacerdotale, che Cesare non aveva trovato, si era adesso già formato. Per placare le loro divinità, i barbari usavano anche sacrifizi umani. E quindi non si può credere a ciò che Tacito dice poco dopo, che cioè essi non costruivano tempii ai loro Dei, quasi per non profanarli con un culto materiale, adorandoli invece, come in ispirito, nei boschi, quali esseri invisibili e presenti.[5]

Questi barbari, come già accennammo, avevano ora preso dimora alquanto più stabile sulle terre che occupavano. Ma non conoscevano ancora le città, che ad essi sembravano prigioni, nelle quali «anche i più feroci animali si sarebbero infiacchiti.»[6] Le case non erano più mobili capanne di solo legno; ma l'uso del cemento e dei mattoni era sempre ignoto. Poste, come anche oggi vediamo nei villaggi della Svizzera, del Tirolo, della Germania, le une separate dalle altre, eran circondate da piccoli orti, che insieme con esse appartenevano alla famiglia che vi abitava.[7] E qui si può notare un primo passo verso la proprietà privata, immobiliare. La terra rimaneva però sempre proprietà collettiva del villaggio divenuto più stabile. Non si mutava luogo ogni anno, ma solo quando la necessità di emigrare lo imponeva, sia che fosse del tutto esaurita la fertilità dei campi, e che perciò non bastassero più alla popolazione, sia che le conseguenze di qualche guerra sfortunata costringessero a cercare altra sede. Ma dentro il territorio occupato dal villaggio, o come alcuni dicono la Marca, la mutazione era continua. In che modo poi la terra occupata venisse divisa, e la cultura si avvicendasse, e le famiglie mutassero il terreno che coltivavano, Tacito lo accenna in un luogo, che è dei più oscuri, interpetrato perciò in non meno di sei modi diversi. E la confusione delle molteplici interpetrazioni fu non poco aumentata dal volere in esso cercare, non solamente ciò che lo scrittore aveva voluto dire, ma quello anche di cui non aveva parlato, e che forse ignorava.

Dopo aver detto, che i barbari non conoscevano l'usura, la quale tante rovine aveva portato nella società romana, Tacito continua: «le terre sono occupate da tutti, secondo il numero dei coltivatori, fra i quali vengono divise; e questa divisione è resa più agevole dalla vastità del terreno che occupano. D'anno in anno si mutano i campi messi a cultura, e sempre ne avanza una parte (quella probabilmente abbandonata al pascolo). Non rimangono confinati in breve spazio, non si adoperano a mantenere la fertilità della terra. Si contentano del solo frumento, senza coltivare pometi, prati artificiali o giardini.»[8] Il villaggio aveva dunque perduto l'antica mobilità dei tempi di Cesare; ma dentro di esso la mutazione era continua, nessuno restando più di un anno a coltivare lo stesso campo. La parte via via lasciata a pascolo, rimaneva sempre d'uso comune, perchè la proprietà della terra continuava ad essere collettiva. Altri particolari Tacito non ci dà, ed è superfluo cercarli. Dello stato di cose da lui descritto noi possiamo però farci un'idea più chiara, se gettiamo uno sguardo al modo in cui si trovava costituita la Marca[9] germanica assai più tardi, nel Medio Evo. Era questo uno stato di cose certamente diverso da quello dei tempi di Tacito, ma che pur s'andò da esso, per processo naturale, lentamente svolgendo, e che ne serbava perciò alcune tracce visibili. Una parte del terreno era occupata da case sparse per la campagna, cogli orti come li descrive Tacito. Un'altra era lasciata a pascolo comune. Una terza finalmente veniva posta a cultura con regole assai minute e determinate, che non sarebbero state possibili ai tempi di cui noi ci occupiamo. Questa parte era divisa fra i vari capi di famiglia, i quali dovevano coltivare il loro campo in maniera, che ogni anno un terzo di esso riposasse, ed ogni triennio tutte le tre parti avessero avuto il loro periodo di riposo. Sebbene questi campi fossero, coll'andar del tempo, per un periodo sempre più lungo, assegnati ai capi delle famiglie, pure la parte da ciascuno di essi lasciata a pascolo, tornava ad essere d'uso comune, il che ricordava l'origine antica, ancora non scomparsa del tutto, di proprietà collettiva. Come si vede, un tale stato di cose, pur non essendo quello descritto da Tacito, derivava da esso e giova a farcelo meglio comprendere.

Questi barbari, che non conoscevano le città, molto meno conoscevano lo Stato. Cesare e Tacito li trovarono divisi in molti popoli diversi, ciascuno dei quali ordinato, suddiviso in quelli che, con nomi latini, essi chiamarono Vicus, Pagus e Civitas. Il Vicus o villaggio era l'associazione più elementare, ancora poco determinata, costituita dai vincoli di sangue, che formavano le parentele (Cognationes, Sippen, Sippenschaften), con le quali spesso si confondevano addirittura. La riunione di alcuni Vici formava il Pagus, in tedesco Gau, una specie di Cantone svizzero, che era il nucleo più forte, quasi l'unità organica di questa società. L'unione di più Pagi costituiva la Civitas, il popolo, la schiatta, come dicono alcuni, la maggiore unità sociale barbarica, che a tempo di Cesare apparisce assai più debole che a tempo di Tacito.

Questa società barbarica era in tutto militarmente costituita, tanto che populus ed exercitus, uomo libero ed uomo in armi, erano una sola e medesima cosa. Si direbbe che fin d'allora vi si ritrovasse il primo germe di ciò che, dopo secoli, doveva essere il servizio militare obbligatorio, e l'ordinamento distrettuale dell'esercito germanico. L'esercito era allora formato, secondo un sistema decimale, per centurie, che si raccoglievano e costituivano nei Pagi, con uomini venuti dai villaggi, fra loro imparentati, e comandati dai capi dei villaggi stessi o delle parentele, giacchè anche qui, come sempre, predominavano i legami di sangue. Tutto questo fece sì che alcuni scrittori moderni dettero al Pagus o Gau il nome di Centena, Hundertschaft. Se non che, il Gau era d'assai varia estensione, qualche volta grosso quasi come una Civitas, ed allora naturalmente le centurie si costituivano nei centri minori, e si era quindi indotti ad attribuire piuttosto ai villaggi il nome di Centene, ed a confonderle con essi. Da ciò altre dispute infinite. Ma l'ordinamento civile ed il militare, per quanto sieno in stretta relazione fra di loro, non potevano essere allora, come non furono mai, una sola e medesima cosa. E però, quando anche venisse dimostrato con assoluta certezza, che la centuria si formava solo nel Vicus o solo nel Pagus, non ne seguirebbe perciò che centuria e vicus o pagus potessero confondersi fra di loro. Oltre di che bisogna pur notare che, per quanto simili fossero allora i molti popoli germanici, ed i caratteri generali del loro ordinamento civile e militare, v'era sempre nei particolari una grande varietà da luogo a luogo, da popolo a popolo. Solamente una esatta conoscenza, che pur troppo non abbiamo, e forse non avremo mai, di questi particolari, potrebbe darci modo di definire e determinare con precisione i caratteri generali d'uno stato di cose tanto diverso dal nostro, e che dovrà quindi, in alcune parti almeno, rimaner sempre per noi incerto ed oscuro.

Nel villaggio comandavano i Majores natu, i capi cioè delle famiglie o delle parentele, che nelle cose di più grave importanza consultavano il popolo, di cui in guerra assumevano il comando. Alla testa del Gau si trovavano uno o più Principes, ai quali gli scrittori romani dettero nome anche di Magistratus, e qualche volta di Reges. Erano eletti fra le principali famiglie dei villaggi, essendovi fra i Germani anche una nobiltà ed una schiavitù. La prima era composta delle famiglie più antiche, che avevano formato il nucleo primitivo del villaggio, attirando a sè le altre, o di quelle che più si erano distinte nelle armi. La schiavitù par che fosse abbastanza mite; lo schiavo riceveva dal suo padrone un campo da coltivare, pagando un canone in derrate o animali. Questi Principes erano circondati dai capi dei villaggi, che formavano intorno ad essi una specie di Consiglio ristretto, che decideva le cose di minore importanza. Per le faccende più gravi, sopra tutto se si trattava di deliberare la guerra, si consultava sempre il popolo. Le sue adunanze erano ordinarie, in alcune determinate stagioni dell'anno, e straordinarie. In tempo di pace i Principes amministravano la giustizia nel Gau e nel villaggio;[10] in guerra comandavano l'esercito. Ai tempi di Cesare par che avessero anche un carattere religioso, scomparso in quelli di Tacito, essendosi allora formato già un ordine sacerdotale, che prima non c'era.

La Civitas, come dicemmo, sembra essere stata in origine assai debolmente costituita. Cesare infatti affermava di non avere in essa trovato, in tempo di pace, nessun comune magistrato (in pace nullus est communis magistratus).[11] E l'assemblea della Civitas (Consilium Civitatis), che in Tacito ha una così grande importanza, è di rado menzionata da lui, tanto da far dubitare che fosse allora veramente un organo vitale di quella società. Il Gau o Pagus aveva perciò ai tempi di Cesare maggiore indipendenza; faceva razzìe per proprio conto, senza troppo occuparsi di quel che voleva o non voleva la sua Civitas, da cui qualche volta si staccava addirittura, per andare a far parte di un'altra. Alla testa di essa erano i Principes, che formavano una specie di Senato, il quale deliberava sugli affari minori, ed apparecchiava le deliberazioni più gravi da sottomettere all'assemblea popolare, che approvava col percuotere le armi, disapprovava con grida di fremito. Quest'assemblea aveva le sue ordinarie adunanze in tempo di luna nuova o di luna piena, e le straordinarie, in tempi indeterminati, secondo l'occorrenza.[12] In essa venivano eletti i Principes, e possiam credere che ciò si facesse confermando coloro che erano stati prima proposti dai Pagi. Nella stessa assemblea venivano concesse le armi a quelli che avevano raggiunta l'età legale, il che, secondo la espressione di Tacito, era il primo onore, la toga virile, con la quale venivano ammessi a far parte della Repubblica.[13]

Il governo della Civitas sembra davvero essere stato generalmente ordinato a repubblica, sebbene spesso apparisca un capo con la forma monarchica, massime quando uno dei Gau riusciva a prevalere sugli altri. Quello però che sopra tutto contribuiva a dar forte unità alla Civitas, e stringeva intorno ad essa anche Pagi di altri popoli o addirittura altre Civitates, formando così una confederazione, che pigliava nome dalla principale di esse, era la guerra. Questa richiedeva naturalmente un capo militare, un Dux, quali furono Ariovisto ed Arminio, una specie di dittatore, con assoluto potere, il quale, fatta la pace, rimaneva spesso al suo posto, divenendo allora un vero e proprio re, come di tanto in tanto ne troviamo, e più specialmente nella Germania orientale. Il duce veniva naturalmente eletto per le sue qualità militari; i principi invece per la nobiltà delle loro famiglie: Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt.[14]

Un'altra istituzione assai diffusa in questa società barbarica era il così detto Comitatus (Gefolgschaft), che circondava così il Princeps come il Dux. Lo formavano i giovani più nobili ed animosi, che si stringevano, quasi specie di paladini, intorno ad uno dei loro capi, di cui divenivano indivisibili compagni d'arme. E come era per essi un disonore il sopravvivere nella pugna al proprio capo, così era per questo un disonore il lasciarsi da essi vincere in valore.[15]